Quest’uomo la imprigionava nella sua forza come nel piacere d’una carezza che le stringesse tutta la persona. Quando la ravvolgeva nello sguardo luminoso de’ suoi forti occhi, ella ne sentiva quasi un male; senza volerlo, senza spiegarsene il perchè, le pareva che gli avrebbe perdonato qualsiasi audacia; e quand’usciva dal teatro, vibrante, accesa dalla passione che aveva trasfusa nel suo canto, avrebbe voluto incontrarlo, passargli vicino, sentirsi fortemente, improvvisamente, prendere fra le braccia da lui.
Perchè gli aveva dette quelle parole impensate nello scender di carrozza? Era stata, in verità, una frase involontaria, come se le sue labbra avessero parlato da sole, tanto si era turbata nel vederlo subitamente avvicinarsi alla portiera.
Ed ecco, era lì davanti a lei, le parlava.
Si era sentita quel giorno irrequieta e nervosa, poichè l’aspettava; s’era guardata nello specchio, in tutti gli specchi, molte volte, poichè l’aspettava. Era una curiosità malsana, sciocca, la sua; non avrebbe dovuto lasciarsi andare così leggermente al primo capriccio che le frullasse per il capo! E quasi con ira, nell’aspettarlo, se lo andava ripetendo ogni tratto: «Sì, una vera leggerezza, una vera pazzia!...» Egli sarebbe venuto, l’avrebbe trovato volgare e sciocco: la sera stessa non ci avrebbe ripensato più. Capricci di donna un poco sola, che afferrano chi se ne va per il mondo in cerca di tentazioni, con la testa molto accesa, l’anima un po’ vuota... capricci che son tanto più forti quanto più sembrano assurdi, e nascon nei cuori viziati, nei cuori avvezzi a soddisfare con troppa facilità ogni loro desiderio. Sarebbe venuto, e, forse, guardandolo meglio, ella si sarebbe accorta che in lui non v’era nulla di tanto singolare; forse la sua voce, udita meglio, le sarebbe dispiaciuta; i suoi gesti, la sua persona, la sua maniera di ridere non le avrebbero più ispirato quel desiderio femminile d’essere per lui una vera donna; forse, alla fine, se ne sarebbe sentita libera, ne avrebbe riso a cuore aperto, con quel riso giocondo che scoppia in noi quando ci accorgiamo d’essere passati, senza pur cadervi, troppo vicino all’amore.
E lo guardava.
Era un uomo insolito. Fra mille, dopo anni di lontananza, lo avrebbe riconosciuto. Pure stando fermo, e se pur taceva, un contrassegno della sua singolarità era visibile in ogni attitudine della persona. I capelli foltissimi, più che neri, d’una lucentezza quasi violacea, gli si spartivan disugualmente da un lato e dall’altro della fronte, formando sopra il pallore delle tempie due dissimili onde, invano appianate dal pettine o lisciate dalla mano in un gesto assiduo di pensiero. Le linee del suo volto eran ferme, precise, quasi eccessivamente pure; ma la bocca, un po’ aspra quand’era chiusa e piena di soavità nel sorridere, gli occhi dalle palpebre oscure, gli occhi mutevoli come il colore d’un’acqua sotto un variar di nubi, mettevano in quella fredda bellezza una imperfezione gradevole, una specie di selvatica vita, che pareva splendere di continue palpitazioni. Tutto era in lui bello ma temibile: così la mano, piccola e nervosa, che pareva nella sua delicatezza esprimere un non so che di rapace, l’alta statura e complessa, che serbava nella sua forza un’ammirevole agilità, così lo strano contrasto fra l’accuratezza esteriore dell’abito con quello che aveva in sè di non ancora domato e lisciato, l’aria di sofferenza che v’era nel suo sorriso, la malvagità subitanea che brillava come una lama in taluni suoi sguardi.
Tutto questo ella vide, pensò, conobbe, in pochi attimi. La sua mano correva su la tastiera, fuggevole, come inseguendo con ogni nota un pensiero.
— Avete detto «un poco...» — egli fece per interrompere quel silenzio che gli pesava. — Sono stato un poco scortese... Forse. Ma voglio esserlo ancor più. Voglio dirvi, e forse ne riderete, che per voi, senza sapere nulla di voi, ho provato qualcosa di così forte, di così nuovo, che mi è sembrato di potervi amare terribilmente anche se avessi dovuto non conoscervi mai. La prima sera che v’ho intesa cantare....
— Ma voi chi siete? — ella lo interruppe, con un gesto vivo di malessere.
— Io? chi sono?