Ella era frivola, e pur aveva talvolta le attitudini selvagge d’una amante vera; le piaceva essere blandita, carezzata, addormentata, e pur talvolta le nasceva su la bocca un bacio così violento, che sorpassava la voluttà; era capace di levarsi una mattina, piena di riso, e mettersi a cantare tra i vapori del suo bagno profumato, ma dieci minuti più tardi, nella tepidezza lasciva dell’accappatoio, strisciare sui piccoli sandali a rifugiarsi contro di lui, stringergli le braccia al collo, baciarlo e mettersi a piangere.... Diceva di volergli essere una mamma, una sorella, un’amica, cioè tutte le cose più pure che sian nel cuore femminile, ma in verità non era che un’amante gaudiosa, una tormentatrice raffinata, una donna che metteva ne’ suoi baci struggenti qualche sapore di perversione, qualche stilla di crudeltà.

Quelli che facevano la corte serrata intorno alla Ruskaia, li videro inaspettatamente un giorno andarsene a lato per la città, uscire insieme dal teatro d’opera ed apparire qualche volta nei ristoranti, qualchevolta mostrarsi nei teatri di prosa.

Ne fu mosso grande rumore. Chi era costui? da che parte era sbucato? come si chiamava? che faceva? in che modo era giunto ad innamorar la Ruskaia? Innamorarla per davvero, a quanto pareva! Taluno si ricordò d’essere stato a scuola con lui; talaltro fece più accurate indagini e comunicò il suo nome: Arrigo del Ferrante. Del Ferrante?... Quel nome l’avevano già udito. Uno finalmente si risovvenne: — Ma sì! è proprio quello che s’è fatto sorprendere dal Farra con Miris la Tunisina!

E per mille strade la voce ne corse un po’ dappertutto. Poi si aggiunsero altri particolari. Taluno si rammentava d’averlo veduto, anni addietro, mal vestito, in compagnia di gente equivoca; taluno d’essersi imbattuto con lui nelle bische, d’averlo veduto giocare alle Corse od incontrato nei caffè notturni con donne di malaffare. Poi aveva mutato spoglie; ultimamente veniva spesso a pranzare nei ristoranti centrali e spesso lo vedevano in teatro, sempre solo, corretto, elegantissimo.

Viveva tempo addietro in Firenze una brigata di galantuomini, che facevano professione di sapere il conto loro in ogni cosa, e specialmente nel giocare e nello spender bene il lor denaro, e d’essere il fiore della reale ed onorata scapigliatura. Avevan un capo, detto l’Abate, da cui erano castigati quando fallavano o nel giocare o nello spendere; si radunavano in casa di lui, dove si giocava, più per spasso che per vizio, si facevano merende, cene, e varie allegrie.

A costoro era dato il nome gaio di Mammagnúccoli, così come narra nelle sue Note uno storico di bello stile.

Or la brigata che a buon diritto, nei tempi mutati e mutata città, poteva fregiarsi di tal nome onorato, poichè le stesse cose faceva e con lo stesso brio, fu grandemente sdegnata che la più ambita donna dell’anno fosse a lei ritolta per opera d’un tale che non era del suo numero. Dal marchese di Sant’Urbino, cui spettava per nobiltà, per censo e per effeminatezze d’esserne l’Abate, a don Carletto Santorre, damerino compiuto, fino a Totò Rigoli, buontempone di bello spirito e giullare della compagnia, i commenti furono senza fine.

Quando la novella fu per tutto risaputa, e la Ruskaia ricomparve la prima sera in iscena, bisognò che facesse veri prodigi di maestrìa per non trovarsi di fronte a qualche ostilità, così vivo era il fermento che correva nei palchettoni sparsi per tutto il teatro. Tanto più che verso il mezzo dello spettacolo, in una poltrona di terza fila, per l’appunto era comparso il bel rapitore, quel personaggio misterioso, che li aveva così tranquillamente gabbati.

Ma non sapevano quanto, in cuor suo, quel giovine agognasse a divenir dei loro e quale desiderio lo struggesse di appartenere alla medesima lor vita, forse per ambizione più che per tendenza; e sedere fraternamente nei palchi ove, dal principio alla fine dell’opera, essi non tralasciavano di fare un chiasso importuno, e aver adito a visitare le signore ch’essi visitavano, poi andarsene, con loro insieme, ai Circoli, alle partite protratte fin oltre il lume dell’alba, od alle cene galanti ove Beppe Cianella e Massimo Ravizzoli s’ubbriacavan tutte le sere, sciorinando le più laide sconcezze che si fosser udite mai da favella umana.

Mentre la Ruskaia cantava, in quei palchi si discorreva di Arrigo.