— E un bel giovine però! — disse Totò Rigoli, un uomo che della sua piccola statura s’era fatta un’arma temibile per molestare altrui. E forse lo disse con l’intenzione di dar noia a Paolo del Bassano, che oltremodo si vanagloriava della sua bellezza d’andrógine, e stava con un gomito poggiato sul davanzale del palco, lisciandosi la piccola barba rada e biondiccia che invano voleva essere un ornamento virile nel suo viso dolciastro come rosolio e miele.

Egli puntò il canocchiale affettatamente verso la poltrona ove sedeva Arrigo, poi si lasciò cadere dalle labbra un: «Peuh!...» semisdegnoso, che fece ridere alcuni.

— Mi sembra volgare, — disse, con quella sua voce di falsetto, cui mancava l’erre. Ma le proteste furon numerose, perchè tutto gli si poteva negare, tranne che avesse una sua limpida e maschia bellezza. L’Abate dei Mammagnúccoli, quel marchese di Sant’Urbino che pur si coltivava con molte leggiadre usanze, fu più generoso del suo confratello barbuto, ed ammise che la sua prestanza fisica gli dava diritto al favore di qualsiasi bella donna.

— So di alcuni che per questa faccenda rischieranno di fare una malattia! — disse Giorgino Prémoli, il malevolo, guardando Lanzo Malatesta, che passava per essere fortunato con le donne, poi Carletto Santorre, che s’era invaghito della Ruskaia ed aveva giurato di farla sua per primo, poi Camillo Torretta, che aveva sperato egli pure di sedurla, non coi vezzi dello spirito nè con le banconote allettevoli, poichè d’entrambe le cose era scarso, ma col non avere sopra di sè cosa alcuna che non portasse la genuina marca inglese; poich’egli stesso andava più volte nell’anno a Londra, sacrificando altri lussi, per essere il vero arbitro, in Italia, della moda londinese.

— Ma non disperate! — continuò Giorgino Prémoli, aggiustandosi l’occhialetto che gli acuiva l’espressione sarcastica della fisionomia. — Tutto viene a suo tempo: il bel Ferrante, se non m’inganno, dev’essere uno spiantato.

— Come lo sai? — fecero alcuni.

— Me lo ha detto Sacco Berni, ch’era suo compagno di scuola. Lo ricorda come un giovine di famiglia molto umile; figlio d’impiegati o forse di bottegai suburbani.

Questi Berni eran due fratelli, dediti al gioco, alla crapula, al libertinaggio, con una tempra di ferro; si chiamavano l’uno Gian Giacomo, detto Bacco, per una certa sua rassomiglianza col giovial nume del vino, l’altro Gian Pietro, detto Sacco, perchè aveva nella sua persona tozza e greve qualcosa di simile veramente ad un sacco ripieno. Specialmente in fatto di gioco, molte ambigue voci correvano sul conto loro; ma eran ammessi ed anzi ricercati per il loro spirito giocondo sebben grossolano, e per quell’instancabile brio che mettevan nello scialacquare la vita. Bacco e Sacco eran di tutte le cene, di tutte le scorrerìe notturne, di tutte le imprese più gaie; nei carnovali e nelle quaresime non riposavano mai.

Entrò in quel mentre il conte Raffaele Giuliani, giovine di casato nobilissimo, che godeva tra quei gentiluomini d’una certa considerazione, per esser scevro di quasi tutti i loro vizi e liberale insieme, sicchè mai non rimandava insoddisfatti gli innumerevoli stoccatori. Molte madri della buona società gli tenevan gli occhi addosso per le lor figlie da marito, ed egli, senza deludere alcuna speranza, era frattanto un donnaiolo accanitissimo, ma di cuor talmente svenevole che ad ogni piè sospinto cadeva in perduti amori. Così era stato per la Ruskaia, naturalmente. Gli eran però falliti l’un dopo l’altro i mezzi che a lui procacciavano con facilità estrema tutte le donne del teatro e della galanteria, sicchè la notizia doveva segnatamente colpirlo. E non gli furon lesinate allusioni e maldicenze.

Una malvagità innata spesso ci muove a schernire in altri il nostro medesimo tormento: per questo si cominciò nel palco a magnificare ed esaltare la passione della cantatrice per Arrigo del Ferrante, citando copia d’imaginosi particolari e deridendo un poco il Giuliani con quella garbata insolenza ch’è la più temibile arma degli amici.