— Vorrei conoscerlo questo bel tipo! — prese a dire Totò Rígoli. — Non dev’essere in fin dei conti un uomo comune, e per dire la verità confesso che mi è simpatico.
— Sono del tuo parere, — ammise il Prémoli. — Tanto più che, per giungere alla Ruskaia, bisognerà d’ora innanzi fare la corte a lui. Dico ciò per quelli che se ne interessano... Quanto a me, grazie a Dio, me ne infischio!
Aveva benaltro a pensare, lui! Pieno di debiti fino al collo, senza parenti dai quali ereditare, con un magro impiego in una Compagnia d’Assicurazioni, con una vecchia amante sul dosso che gli aveva già partoriti due bastardi, era ben naturale che il suo cuore fosse un poco inasprito ed egli cercasse di mordere, se poteva, quelli che stavano meglio di lui.
— Cosa ne dici, Rafa? — domandò Lanzo Malatesta al Giuliani, che si era seduto in un angolo del palco, taciturno.
— Dico, — egli rispose, con una specie di sconsolata rassegnazione, — che quando s’è troppi a circuire una donna, questa cade per forza nelle braccia d’un estraneo. Peccato! peccato!... La Ruskaia mi avrebbe fatto commettere qualsiasi pazzia.
— Non sarebbe cosa del tutto nuova per te! — rispose urbanamente Lanzo Malatesta.
Era questi un bel giovine, smilzo, di capelli biondi, con gli occhi vivacissimi, la bocca espressiva, una guancia divisa obliquamente da una profonda cicatrice. Attaccabrighe molesto, buono schermitore, facile duellatore, era più temuto che amato, sebbene la troppa vitalità del suo spirito fosse più colpevole che non il cuor malvagio di questi ardori eccessivi. Senz’altro amore che il pericolo nella sua vita irruenta, cavalcava per gli ippodromi, si cimentava ne’ circuiti, gareggiava con il remo e con la vela, disistimando quelli che spendevano il tempo in più tranquille fatiche. Donne, gioco ed altri spassi non eran che intermezzi d’ozio nella sua vita coraggiosa.
Ma non soltanto in quella brigata si discorreva di Arrigo e della sua buona ventura.
Nei palchetti ove sbocciavano come fiori opulenti le scollature incipriate, adorne di limpidi gioielli tra la pigrizia dei ventagli odorosi, fatti per bisbigliarvi dietro una parola furtiva, per soffocare un riso inverecondo, per nascondere uno sbadiglio, di questo, insieme con altre frivolezze si parlava. E poichè gli amori delle cantatrici interessano le signore almeno tanto quanto l’arte loro, don Carletto Santorre, don Antonino Vernazza, il marchese Minardi ed altri gentiluomini, erano andati in giro di visita in visita a comunicare quest’ultima notizia della cronaca teatrale con la educata circospezione ch’è di rigore nella buona società. Si videro molte belle bocche sorriderne, compiaciute che ci fosse una donna di meno irreprensibile nell’opinione altrui, e furon mandati frizzi e leggiadre ambasciate a quelli che notoriamente eran rimasti in asso, mentre una certa onda di curiosità si sollevava intorno alla persona d’Arrigo e insistenti canocchiali si piegavano, tutta sera, dai davanzali dei palchi a riconoscere l’avventuroso.
Da quella volta in poi, quand’egli entrava in teatro, taluna diceva a tal’altra sottovoce: «Ecco il bel Ferrante!» Ed avendolo consacrato con questo appellativo, molte, nel guardarlo, pensavano in cuor loro ch’egli era veramente un giovine di piacevole aspetto.