Intanto nel camerino della Ruskaia, che non cessava d’essere assediato, Arrigo potè conoscere alcuni di quella beata signoria ingombratrice di palcoscenici, alcuni di que’ signori, che scivolando fuor dai palchi di famiglia vengon tra le quinte a combinarvi una cena e son poi tutti insieme i benemeriti e spesso gli arbitri del teatro lirico italiano, come protettori del corpo di ballo.

Egli non fu geloso; non domandò alla Ruskaia di allontanare quegli importuni, che or forse pensavano di potergliela portar via da un giorno all’altro, e frattanto lo colmavano di garbatezze. Rafa Giuliani, Lanzo Malatesta, il marchese di Sant’Urbino, capitavano qualchevolta, verso le cinque, in casa della Ruskaia per domandarle una tazza di tè. Venivan pure il principe d’Albi, vecchio mecenate del teatro lirico, il conte Aimone dell’Ussero, membro della Commissione teatrale e forsennato amatore di piccole ballerine, il direttore del teatro, il direttore d’orchestra, moltissimi altri ancora, e Totò Rígoli fra questi, non per corteggiare la cantante, ma per ficcare il naso nelle cose altrui.

Arrigo faceva discretamente gli onori di casa, destreggiandosi nella sua difficile condizione con una abilità singolare. Lo trovaron simpatico e modesto, poichè sapeva solleticare la vanità di ognuno senza mai cadere nell’adulazione. Il principe d’Albi lo prese a benvolere dopo che l’ebbe udito suonare il violino, ed una sera, nel ridotto, si fece vedere in pubblico a discorrere con lui. Questo principe d’Albi, come decano della nobiltà, esercitava su lo stesso patriziato una specie di supremazia; il fatto ch’egli avesse rivolta la parola in pubblico ad Arrigo, escludeva per sempre qualsiasi obbiezione che altri potesser muovere a suo danno. Il marchese di Sant’Urbino, or Abate dei Mammagnúccoli, ma che in passato si ricordava d’aver avuto qualche debolezza per gli uomini belli, sentì forse rinascere, davanti alla sua virile bellezza, certa lontana oscura memoria; e similmente lo prese a benvolere.

Il direttore del teatro, il direttore d’orchestra entrarono a lor volta in una certa dimestichezza con Arrigo, avendo essi l’abitudine di tollerare, insieme con le artiste, tutte le lor parentele e clientele per importune che siano. Totò Rígoli, il quale, per istinto di beffa, sin dal principio si era schierato per il del Ferrante contro i suoi detrattori, durò nel primo impulso, ed un poco altresì per quella smania di proteggere o di combattere ch’egli aveva nella sua piccola persona, prese a trattar familiarmente Arrigo e fu pronto a spezzare qualche lancia in suo favore.

Così, avvalendosi con accortezza di tutte queste cose insieme, calcolando le proprie mosse con la prudenza di chi muove le pedine sopra uno scacchiere, Arrigo potè finalmente rompere il cerchio di ferro che lo divideva da quella gioventù dorata, ricca d’ogni facile dono che possa concedere la vita.

Il suo sogno non era stato troppo superbo. Gli si aprivano le porte vietate, cominciava intorno al suo nome il chiasso delle indiscrezioni mondane. Dalla bottega umile, nascosta nella lontananza della strada suburbana, egli entrava nel cuore della sua città, con una bella donna al fianco e molte nascoste invidie che intorno gli serpeggiavano, curiose del suo mistero. La fortuna pertinace delle carte gli offriva largamente, facilmente il denaro; un respiro più largo e più giocondo riempiva il suo petto capace.

Ora, dall’uno all’altro, le conoscenze s’eran fatte innumerevoli. Cominciarono con accettarlo nelle cricche oziose che si formano su gli angoli delle bottiglierie, ove di donne si parla, di cavalli, di gioco, e s’intesson le frivole maldicenze dirette a smascherare i segreti altrui.

Totò Rígoli una sera l’invitò a pranzo; Carletto Santorre gli disse un’altra sera: — Perchè non venite mai nel nostro palco?

Egli v’andò qualche volta, però con discrezione, riuscendo a piacere. Spesso, dopo teatro, conduceva la Ruskaia a cenare in un ristorante famoso, che da immemorabile tempo riuniva nel suo piccolo cerchio i più dissimili esemplari delle classi e della vita cittadina.

Era questo un cenacolo d’arte, un focolare di guerriglie politiche, un tempio di ciarlataneria, dove tra cene scapigliate infuriavano pettegolezzi mondani. Era nel medesimo tempo una casa di giuoco indisturbata, inevitabile; un ritrovo era d’aristocratici dopo il ballo e di istrioni dopo lo spettacolo; rifugio di nottambuli nelle tarde ore e di pedine infreddolite, campo neutro dove l’usuraio costeggiava il duca indebitato e la cortigiana sfacciata spauriva co’ suoi pennacchi, con le sue risate, la piccola borghese domenicale; dove il commediografo si bisticciava col suo critico, l’impresario col suo pubblico, dove il gesuita giocava a carte con l’ebreo e l’uomo d’ingegno si lasciava beffare dai buoni a nulla o dai perditempo.