Sovente, presso il Mammagnúccolo impettito nell’intonaco della sua camicia, sedeva un chiomato pittorello, dalla cravatta floscia, che ingoiando a lenti sorsi un mezzo cálice di verde acquavite, andava schizzando profili sul marmo del tavolino, mentre i divi di tutte le arti, di tutti i mestieri, di tutte le ciurmerìe, tenevan corte bandita con gli avversarii e co’ seguaci. Bellimbusti e belli spiriti si facevan critici o banditori delle cronache cittadine; giornalisti scribacchiavano articoli frettolosi; medici ed avvocati venivano in cerca di clientele; giocatori combinavan partite, donnaiuoli adocchiavan prede. Tutto il rigurgito dei teatri, delle sale, dei focolari, delle biblioteche, delle redazioni, dei circoli, vi sboccava transitoriamente come in un’anticamera della più nascosta vita notturna, e tra il fumo, le risate, i romori delle mense, nella impunità promiscua della mezzanotte, tutti vivevano qualche ora di concordia e di sollievo dopo l’ansie numerose della giornata.

Un buon sopraccuoco ed un’ottima cantina avevan dato fama in origine a questo ristorante; poi la moda se n’era mischiata, e qualche partita disastrosa, qualche ubbriacatura forsennata, qualche alterco fra gentiluomini l’avevan accreditato in modo stabile nel favore dei gaudenti. Sebbene fosse un luogo pubblico, fra tutti i frequentatori correva una specie di familiarità, quasichè si trattasse d’un circolo a porte spalancate, ove l’adito era per tutti ma l’ammissione per pochi. Varie cricche vi si formavano, vivendo a lato senza darsi noia, ma disprezzandosi a vicenda. E ciascuna teneva un settore, un nucleo di tavolini, stretta intorno ad un suo capo che le dava lustro e la guidava nelle idee.

Presso il marchese di Sant’Urbino, signore delle cene, inventore d’usanze, consacratore di Mammagnúccoli, un vecchio e scapigliato Don Giovanni del quarantotto, saldo ancora nella sua carcassa incrollabile, ancor lampeggiante negli occhi cigliosi, capitanava un’adunanza di antichi gentiluomini, avversatori di cose nuove, abbottonati nelle marsine vetuste, che, insieme, del buon tempo trascorso e della bella gioventù discorrevano, quando, nella cinta delle vecchie mura, più stretta e più gioconda era la città che dominarono e più gentili costumi vi reggevano, così a dir loro, quando impazzavano per le strade i carnovali memorandi e con meno denaro si facea più vita, più calore avevano le donne e più rigoglio nei robusti fianchi.

Ivi era una tavolata di teutoni rubicondi, che alternavan la pallida birra con il Barbera spumante; nemici, nel cuore, della città che sfruttavano, impadronendosi de’ suoi rigogliosi commerci con una lenta ma sicura supremazia. Ivi era un bizzarro convegno di giovinetti, contraddistinti solo dal diverso abito che portavano, ricco semenziere dal quale sarebber usciti i Mammagnúccoli del domani.

E più oltre, intorno alla tavola delle Tre Marie, — ch’eran tre sorelle galanti, le quali avevano in tanto volger d’anni battesimato o assolto quasi tutti gli imberbi o i decrepiti peccatori della città, tre sorelle d’una magrezza disperatissima, dal viso adunco, imparuccate oltre il verisimile, con certe mani grifagne che un tal pittore imitò per i suoi scheletri della Morte, — cinque o sei noiati sbarazzini vomitavan sconcezze nel gergo più triviale dei lupanari plebei, e nutricando lentamente la fame delle bocche sciupate pensavano alla notte dolorosa, in cui avrebber voluto esser uomini.

Più oltre una contessa di casato autentico, in compagnia d’una serva impennacchiata, sorbiva lentamente il veleno dei piccoli calici, e scesa dal letto al barlume dei lampioni elettrici s’apprestava a menare una vita quasi onesta e certamente signorile per gli stambugi malfamati, accompagnandosi alla cricca dei nottambuli che la dilettavan di celie bizzarre, sè stessi talora dilettando con le facili compiacenze della pulzella soccorevole.

Qua un principe germanico, esiliatosi per un impari amore, volgeva intorno la stanchezza sorridente dell’occhio cerulo, non più memore del fasto imperiale nè dei grevi reggimenti che marciano impaurendo l’Europa, malcontento forse d’aver chiusa la sua grande sorte in un piccolo cuore. Vicino a lui, bella ed altera come una sovrana, la sua compagna reggeva la corte dei gentiluomini d’onore, e la piccola curiosità provinciale si sbizzariva in commenti svariati, indiscreta ma pur genuflessa, con quell’istinto invincibile della plebe, che sempre accorre come una docile mandria per le strade ove passano i re.

Quivi erano musicisti e cantori; colà drammaturghi ed istrioni; drammaturghi sopra tutto, chè questo malanno è assai diffuso al giorno d’oggi, nè ormai può trovarsi alcuna persona rispettabile che non abbia scritto commedie, che non abbia per una volta sentito in cuor suo il fuoco echìleo del sollevare le platee. Drammaturghi fischiati una sol volta o fischiati assai più, che per quell’unica sera campale tutta la vita rimarrebber uomini di penna e di pensiero; e più oltre, insieme, in un bel disordine, altri commediografi ancora ed altri commediai, poeti e verseggiatori che vanno alla burchia, romanzieri e imbrattatori di pagine, autori pregevoli e filosofi da dozzina, pensatori di certo ingegno ed uomini di lettere cui meglio sarebbe convenuto per natura il trincetto e lo spago del ciabattino: tutto un piccolo mondo d’intelligenza e d’abbrutimento, di modestie rare e di insane alterigie; un piccolo mondo d’uomini rampicanti, che si erano degnamente o vanamente affaticati per quell’erta scabra la quale ha su l’ápice il sole tormentoso della gloria.

V’erano giunti alcuni, ed uscivano da quella folla per starsene soli, per riparlare delle antiche battaglie con gli emuli antichi.

Ed uno v’era, dalla bella fronte, dal profilo faunesco, dalla bocca ruvida e sarcastica, il quale aveva dato un teatro nervoso alla fiacchezza della scena italiana; un altro, pieno d’irrequietezza nella stretta persona, pieno di brio nel volto segaligno, che ammulinava senza tregua parole come il vento le foglie cadute, ed aveva satireggiato lungo tempo in un teatro mondano prima di scoprire in sè la vena drammatica.