Un altro, dalla testa ieratica, gli occhi lucidi nelle occhiaie profonde, con qualcosa di adunco e pur di dolce in tutta la sua persona secca e stracca, il quale aveva tormentato in più modi il suo sogno d’arte, aborrendo il mestiere, correndo intorno alla propria anima visionaria, lanciando nel suo buio qualche bellissimo raggio, per poterla illuminare tutta, e sentendo con un cuore morto i più vivi palpiti della vita. E v’era, lì accanto, per lo più, un uomo silenzioso, dal volto arcigno e scontento, che aveva la bocca ormai contratta e suggellata in un sorriso pieno d’indelébile scherno e che, per sola conciliazione con la vita nemicissima, aveva conservato un appetito prodigioso e taciturno. Uomo d’altri tempi, bella tempra di combattitore, lucida mente d’osservatore, s’era divertito a sciuparsi, a manomettersi con una voluttà crudele. Poneva lo stesso ingegno nel compiere un’opera insigne o nel far cosa di nessun pregio; tutto aveva sofferto nella vita, le cose più logoranti per la tempra umana: l’amore, l’ambizione, il disprezzo, il tormento dell’arte, la lussuria, e fors’anche la fame.

Un altro, dal viso delicato, che rimaneva giovine e quasi monacale nel volgere degli anni, poeta di rime cesellate, intorneatore di versi un poco artifiziosi, che pareva un essere pressochè incapace di sopportare la brutalissima vita moderna, ed avrebbe forse voluto vivere in quella remota età ove una bella rima s’incoronava con rami d’alloro. Un altro, che aveva portato seco dalla calma laguna la freschezza d’uno spirito goldoniano, e vinceva rapidamente la sua battaglia in più tenzoni dissimili. Poi v’erano i nomadi, quelli che di tempo in tempo giungevano d’altre città, a mescersi per qualche sera nei cenacoli d’arte; venuti a spalleggiare un dramma, a proporre una pubblicazione, a recitare un poema. E v’erano, ma più spesso in disparte, i giovini corteggiatori del grande idolo dalla tromba d’oro, che gareggiavano di versatili bizzarrìe, stretti intorno ad un poeta conquistatore di stelle, che tutti li soverchiava col suo burrascoso ingegno e tutto osava per infuturarsi con una bella temerità.

V’era un soppraggiunto romanziere, dalla pallida e bella faccia di efebo, che si lisciava i lucenti capelli con un gesto discontinuo della mano imbrillantata, ascoltando il parlar grasso del bolognese venuto in fama di scrittor libertino con un libro d’elogio al lupanare e molte istorie di carne venduta. Talvolta era insieme con loro un pallido fiorentino, che aveva nella sua faccia mansueta una volontà incisiva e già s’era provato in più giostre onorevoli, deciso a conquistarsi la vita con un disperato eroismo; mordace, attento, vivo, secco, sicuro, raggruppava in sè le sue forze feline per dare il balzo che lo avrebbe svincolato dalla folla.

E più altri che invano contendevano per lo stesso miraggio, discepoli d’arti vicine, che avrebbero tenacemente squassato nel buio perpetuo la lor fiaccola vacillante, e però si dilettavano d’accanirsi con una furia bizzarra contro i più lontani ed i più alti, ai quali la gloria aveva già fasciata la fronte con i suoi veli meravigliosi.

Ma v’erano, tra queste voci discordi, talune voci pacate, ferme, che molto rare discorrevano per difendere o per ferire, con la medesima giustizia serena. Uomini solitari, cui dilettava lo spettacolo di quella sala clamorosa, e venivano a cogliervi qualche significante attitudine umana od a temperarvi in silenzio acutissimi strali.

Fra tutti costoro, lentamente, Arrigo del Ferrante fu accolto. Annodò di sera in sera le più svariate conoscenze, sicchè in capo di qualche tempo si trovò ad essere un familiare del luogo, ben accetto alle diverse compagnie, per quel fascino singolare ch’egli sapeva diffondere intorno a sè. Gli artisti lo accolsero in grazia di quel suo fine gusto musicale che gli faceva dire cose profonde con una piacevole modestia, ed anche perch’egli aveva il dono innato dell’adulazione non servile, di quell’adulazione che si lascia credere, che accarezza, che piace. I buontemponi lo vollero compagno nelle cene per il suo gaio spirito e la sua facile dimestichezza; i donnaioli lo corteggiarono per la sua bella donna; i giocatori lo tolleraron nelle partite perchè nessuno trovava il pretesto nè il coraggio di metterlo al bando.

Poi l’abitudine fece il resto, e nessuno pensò più ch’egli fosse un intruso.

Tutto questo gli apriva il cammino per andar oltre. Di lì, alle soglie dei circoli mal vietati, alle sale dei palazzi mal vigilati, il tragitto non era più che una distanza breve. Bisognava unicamente che la fortuna delle carte o la versatilità de’ suoi ripieghi bastassero a tenerlo in bílico durante quest’ultima battaglia decisiva.

Le cose andaron bene e male; ma egli vi rimediò sempre con infiniti strattagemmi. Tutto gli servì a trovar denaro nei giorni di bisogno, e poichè sapeva di camminare in equilibrio lungo l’orlo d’un precipizio, lottò con l’unghie, coi denti, senza riposo e senza mercede. Spolpò il padre, la madre, divorò i piccoli risparmi delle sorelle, si fece prestare persino l’economie della domestica di casa, firmò cambiali agli amici del padre, che, sapendo l’occhialaio abbastanza danaroso, fingevano di credere alle sue fiabe e gli davan chi tanto, chi poco. Riuscì perfino a riconciliarsi col terribile Riotti e manovrò in guisa da potersi creare un piccolo debito con lui.

Il farmacista, allettato dalle più vicine promesse di matrimonio, si turbò al racconto immaginoso che Arrigo gli fece del proprio onore compromesso, di quel nome che Arrigo gli dava, chiamandolo suo secondo padre, finchè, raschiandosi molto la gola per nascondere una stupida commozione, il buon farmacista finì col cedere e slegò i cordoni della borsa.