Ma tutto questo non bastava. Le spese della sua vita crescevano a dismisura. Con molti buoni pretesti aveva lasciato comprendere ai genitori che non gli era più possibile vivere in quel sobborgo fuor di mano, e s’era preso per sè solo un bel quartierino verso il centro della città. Lo aveva arredato con mobili presi a credito, ma scelti con eleganza, quasi con lusso. Egli desiderava che fosse impossibile a’ suoi nuovi amici ritrovar la strada tortuosa per la quale era giunto sino a loro, e voleva che per nulla al mondo potessero mai venire a conoscenza della sua stirpe bottegaia.

In quel momento le carte gli volser male, e fu la miseria nera, assoluta, irreparabile, che gli si mise alle calcagna. Ma il suo carattere tuttavia restava in apparenza gaio e speranzoso. Con pochi franchi in tasca, lo si vedeva, elegantissimo nell’abito nero, girar per i teatri a fianco della Ruskaia sfavillante di gioielli, scarrozzare per la città, pranzare nei ristoranti più costosi. Aveva il gesto del gran signore anche nel pagare l’ultimo soldo, e nessuno, tanto meno la sua dolce Tatiana, doveva sapere quanto costassero a lui di fatica e di scaltrezza quelle poche decine di lire ch’ella gli faceva spendere, per esempio a cena, in capricciose ghiottonerie. Aveva debiti piccoli e grandi per ogni cantuccio; la sua spavalda presenza e la sua parola convincente pagavan nel frattempo le più avare impazienze. Di notte in notte poteva capitargli di tornarsene a casa con le tasche rigonfie d’oro, lo spirito allegro; ma bisognava intanto subire le settimane avverse, lottando con eroismo e senza mettersi al repentaglio di non poter pagare una perdita al gioco, il che lo avrebbe per sempre perduto e bandito.

Sapeva che in fondo una salvezza c’era per lui: quella di chiedere all’amante. Ell’avrebbe dato, senz’alcuna obbiezione, forse con gioia.

Nella sua frivola incoscienza femminea ella non sospettava nemmeno le battaglie del suo Rigo: lo sapeva poco ricco, ma ormai, nel vederlo spendere da gran signore, se n’era quasi dimenticata. La donna sovente non ha il dono di contare il denaro che si sperpera intorno a lei.

Qualche volta, vedendolo un po’ buio, pensava che fosse stanco d’amarla; s’attorcigliava a lui, gelosa e piagnucolosa, voleva qualche giuramento, un bacio, un lungo bacio, e tutto passava. Ma s’egli avesse chiesto, certo ell’avrebbe dato, e Arrigo lo sapeva. Egli però esitava, già da lungo tempo, non per scrupolo forse, ma per quella diffidenza innata che gli suggeriva di non mai darsi materialmente in balía d’una donna. Un buon senso naturale gli faceva riflettere che il cuore d’un’amante è mutevole, come la sua secretezza malcerta.

Oggi, innamorata, dà, e la cosa le par semplice; ma domani, stanca o abbandonata, si ricorda, nella invincibile avarizia del suo sesso, di aver pagato, e inutilmente, sicchè se ne duole. Chiacchiera, e, magari per vendicarsi, con due parole avventate perde un uomo. Si sa: da un amante la donna passa all’altro, sopra tutto quando crede di appartenere per tutta la vita ad uno solo; e la coltre del letto è cattiva guardiana di secreti.

D’altra parte si mormorava già che la Ruskaia gli desse aiuto. Ma erano dicerìe timide, campate in aria, che non potevan nuocergli gran che. In mancanza di prove concrete, molti consideravano sopra tutto come l’affabilissimo Arrigo avesse in ogni caso due spalle ben quadrate, una cert’aria da allegro bastonatore, cosicchè il mormorare che si faceva di lui rimaneva lontano e sommesso, in quella specie d’atmosfera intermedia che sorpassa già la maldicenza comune ma non è ancora la gogna pubblica, dalla quale non c’è più salvezza.

E però il bisogno incalzava; da tutte le parti egli era stretto in un cerchio di ferro; aveva esauriti gli altri espedienti; non gli rimaneva che tentare quest’ultimo, qualunque ne fosse il rischio, poichè un grande amore si ferma talvolta davanti ad una piccola spesa, ed egli non si faceva illusioni. Inoltre c’era in lui quasi un vestigio di rettitudine o di fierezza, che gl’impediva quest’azione triviale. Dire alla sua Tatiana, alla sua piccola amante capricciosa e voluttuosa, questa parola orribile: «Dammi!» vedere il denaro monetato passar da quella morbida mano bianca nella sua propria forte e rapace, non poterla più guardare negli occhi con quell’imperio assoluto che gli dava una così bella fierezza di sè, doverle confessare le sue notti angosciose, le sue corse affannose per i vicoli oscuri della città in cerca dell’usuraio da convincere o dell’amico dal quale estorcere le poche lire che avrebbe spese la sera in una bottiglia di Sciampagna, e sentirsi addosso quelle due pupille chiare, ferme, attente, con uno sguardo quasi di compassione... tutto questo gli repugnava, per quanto fosse in lui disperata la volontà di vincere la sua battaglia.

Ma la cosa nacque da sè, necessariamente, nel modo più semplice. Non poteva ella tollerare quelle grandi ombre che si addensavano talvolta negli occhi luminosi dell’amante, nè quel segno amaro che gli vedeva sovente su l’orlo della bocca, nè quel sapore d’angoscia che tante volte si sprigionava da’ suoi baci violenti. Era una dolce amante, curiosa di tutte le piccole vibrazioni dell’anima nascosta, gelosa di ogni secreto, paurosa di poter perdere in un giorno solo, per una cosa minima, tutta la voluttà di quell’amore; e gli diceva qualchevolta, fasciandolo con le braccia molli, dandogli su la bocca il suo più caldo respiro:

— Che hai? che hai? Perchè non vuoi dirmi di cosa ti tormenti?