Egli nulla confessò da principio; tacque, la racconsolò. Ma poi, una volta, si lasciò sfuggire qualche mezza parola, fra istintiva e calcolata, che gli veniva dal cervello e dal cuore insieme, una di quelle parole ambigue che nell’amore fanno tanto male....
E crollò il capo come per cacciarne una torma di pensieri bui, come per ribellarsi contro quel principio di confessione che gli era venuta su le labbra. Un’altra volta, parlando dell’avvenire, disse che dell’avvenire nulla sapeva, nulla poteva ormai sapere, ed anzi non osava guardare più in là del domani, spingere il proprio desiderio oltre l’oblìo delle loro voluttuose carezze... Ed accennò vagamente al giorno in cui gli sarebbe stato necessario sparire, andarsene chissà dove, in cerca di chissà mai qual fortuna, solo e perduto, con questo suo terribile amore, che gli avrebbe devastata l’anima sino all’ultimo giorno della vita... Nel pensiero di tutto questo, che in fondo poteva essere la realtà, qualche lacrima gli luccicava nell’occhio fermo, qualche battito forte rompeva il suo cuore violento, perchè, nonostante la sua freddezza, era un po’ malato in verità di quella sua bella amante dalla boccuccia sempre semichiusa, dalle manine di bambola, che aveva in sè stessa la morbidezza delle sue stoffe di seta, l’odore del profumo che portava, la musica della sua propria voce.
E tutto questo finì con una scena violenta, nel mezzo della quale, fattosi mettere alle strette, egli giunse a confessarle, scapigliato e convulso, con un rantolo nella voce:
— Ebbene, se lo vuoi sapere, ecco... Non ho più denaro, affogo nei debiti, sono in piena rotta con la mia famiglia... devo lasciarti, devo andarmene, devo non vederti più, non baciarti più... partire! Capisci che significa «partire»? E lo avrei già fatto... ma non posso! Avrei taciuto ancora, come taccio da tanto tempo, ma tu hai preteso darmi anche questa umiliazione... ecco, ed ora lo sai!
Per una settimana ella offerse, egli rifiutò. Poi si miser di mezzo una cambiale che scadeva, una partita disastrosa, una lunga notte d’amore, e da quel tempo, nei giorni critici, la Ruskaia provvide alla vita di Arrigo, lasciandolo dilapidar nel suo con la più bella tranquillità.
Ciò divenne anzi per entrambi la cosa più naturale del mondo.
XIII
Ed allora la fortuna tornò; gli arrisero giorni d’abbondanza, sicchè il denaro gli affluiva nelle tasche senza quasi ch’egli se ne avvedesse; il denaro facile, che viene dal tavoliere, che si vince con un punto alto, che si spende con disinvoltura. E la Ruskaia risparmiò, perchè in tali faccende Arrigo amava essere onesto e gli pareva di riacquistare prestigio quando poteva rispondere alla sua Tatiana: — Grazie, non mi occorre nulla.
Anzi le regalò un bell’anello, dove c’era una pietra che nei giorni di bisogno aveva ricevuta contro cambiale da un usuraio, per un prezzo indecente. La fece rilegare da un buon orefice; la pietra brillò degnamente sul dito esiguo della Ruskaia. Se alcuno potesse conoscere la storia di certi gioielli, avrebbe forse di che scrivere un libro comico e triste insieme, perchè intorno a tutte le cose che rappresentano valore s’annoda sempre uno straordinario viluppo di passioni e di bassezze umane.
Poich’era d’animo liberale, quando aveva denaro spendeva largamente. Si risovvenne de’ suoi, fece dono alla famiglia di molte cose che sapeva essere nel desiderio del padre, della madre, del fratello, delle sorelle; infine, per mettersi un poco in pace con quel bravo Riotti, che non poteva rassegnarsi al dilungar delle nozze, pensò di far bene arrivando un giorno in negozio con un braccialetto per la sua paziente fidanzata. Egli conosceva il cuore umano e sapeva il gran prestigio delle cose d’oro.