Quando l’Eugenia mostrò al padre il braccialetto di Arrigo, il Riotti a suo malgrado si lasciò sfuggire una esclamazione di sorpresa.

— Per Dio, che bel capo! — disse. Poi s’inforcò bene gli occhiali sul naso, prese il braccialetto, lo pesò due volte, tre volte, nel palmo della mano, con una cert’aria dubitosa, infine lo mise su la bilancia.

— Ma questo non è oro! — esclamò incredulo, vedendo il peso greve.

— Altro che oro! — asserì la fanciulla. — Vuoi che Arrigo mi dia roba falsa?

— Allora quello spiantato si è messo a fare il ladro, perchè questo è un gran valore, sai!

E venuto su la soglia della bottega, lo cominciò ad esaminare traverso la lente.

— Il marchio c’è... — borbottava.

Per maggior sicurezza andò da un piccolo orefice ch’era lì vicino, e un po’ confuso d’avere in mano un oggetto simile pregò l’amico di provarlo con gli acidi per sapere se fosse oro proprio di zecca, e a diciotto carati.

— Quanto a carati forse ne crescono! — esclamò l’orefice suburbano, dopo averlo provato. — Un bel braccialetto, veh!... proprio bello!

— È un regalo che mia figlia riceve oggi dal suo fidanzato, — disse il farmacista con noncuranza.