E tornò in bottega. Questo per lui riparava in parte i torti di Arrigo e mostrava che, se da un lato era un figliuolo un po’ bizzarro, dall’altro aveva buon cuore. In ogni modo le sue intenzioni dovevan esser serie, perchè — diamine! — certi regali non si fanno a casaccio.
Intanto la sorella maggiore d’Arrigo si fidanzò, e le nozze avrebber dovuto aver luogo nell’autunno seguente, con un bravo giovine che le voleva un bene quasi ridicolo, ed era figlio di un ricco droghiere. L’altra sorella era una farfallina appena quindicenne, tutta diversa dalla maggiore, e tanto frivola, capricciosa, vaporosa, quanto l’altra era calma, seria, e destinata a non esser altro che una brava massaia.
Anna Laura invece comandava in casa con una prepotenza da tirannella; era bellina, tanto bellina, che già, quando usciva per istrada, uno sciame di moscardini le ronzava intorno, e, per certe occhiate che lanciava loro, il padre e la madre avevan giudicato che fosse pericoloso lasciarla correr sola.
Per istrada ella non faceva che fermarsi davanti a sarte, modiste, profumieri; si vestiva bene, si pettinava con ricercatezza, leggeva di nascosto romanzi proibiti, era un poco pettegola e molto birichina. Ma poich’era bella e poichè aveva quello stesso far signorile di suo fratello Arrigo, nè il padre nè la madre osavano essere troppo severi con lei; la madre sopra tutto, che forse ricordava in quell’ultima figlia il suo più recente fallo d’amore. Anna Laura parlava spesso d’Arrigo, dicendo che aveva certo avuto ragioni da vendere nell’andarsene via dalla bottega paterna per godersi un po’ la vita, quel genere di vita che a lei pure piaceva: il lusso, i bei vestiti, le carrozze, i teatri, l’amore.
L’altro fratello, Paolo, era invece un bravo ragazzo serio e dolce; aveva compiuti i suoi studi con un po’ di fatica ed ora stava imparando l’arte del padre. Era nato e rimasto un po’ grossolano; a lui la bella Ruskaia non dava alcun fremito; si contentava di andare la domenica a bere il vin bianco e mangiare le ciambelle con una florida popolana che non gli era crudele.
Quella stagione intanto finì; il teatro si chiuse, la Ruskaia, per amor d’Arrigo, trascurò tutte le scritture che le si offrivano altrove, e rimase a godersi, nella città ventilata, una bella primavera di riposo e d’amore.
E qual più dolce primavera di quella che sopraggiunge in una città per solito fredda e nebbiosa, una città senza alberi, dai parchi radi, le passeggiate brevi, i giardini nascosti? Quando allora il cielo, non vasto fra i tetti vicini, prende quel color vivo di madreperla che fa brillare i selciati e luccica su le finestre chiuse, infiammandole, come per dire: — Aprite! io passo! io, divina, la primavera!...
Ma queste non eran cose che intenerissero il cuore di Arrigo. Egli non s’abbandonava perdutamente alla dolcezza d’un amore inerte, ma badava piuttosto a trar vantaggio da ogni giorno e da ogni ora, sentendosi ormai vicino al compimento del suo bel sogno immodesto. Anzi ardiva spingere lo sguardo più lontano, parendogli che quanto aveva sino allora vagheggiato come la sua meta non fosse che il principio d’una più grande ambizione. Forzar l’ingresso d’un Circolo, seder alle cene o nei palchi dei Mammagnúccoli, dir buongiorno senza togliersi il cappello al marchese di Sant’Urbino, recarsi all’ippodromo nell’automobile di Lanzo Malatesta, e fare insomma tutte l’altra cose che di lontano gli erano sembrate un miraggio vertiginoso, più non bastava per contentare le bramosìe del suo cuore temerario.
A questo sarebbe giunto, e v’era ormai quasi vicino. Ma la battaglia era degna d’essere combattuta per una causa migliore, poichè si sentiva nello spirito nascer l’ali per un più grande volo.
E meditò di giungere fin nelle sale meglio custodite dalla duplice potenza del blasone e dell’oro, nelle sale un po’ tediose d’onestà camuffata e d’impostura inchinevole, dove gli antichi paraventi potrebber forse raccontare qualche favoletta salace, dove i camini dai grandi alari di bronzo sbadigliano con infinita noia su la eterna commedia della vita. Voleva che l’accogliessero le dame incipriate, ch’eran state famose di bellezza e d’avventure al tempo del Risorgimento e che avevan forse danzato al braccio di qualche uniforme austriaca; voleva che l’accogliessero i vecchi gentiluomini borbottoni, che la gotta e la podagra vendicava del buon tempo trascorso; voleva sedere ai pranzi trimestrali della duchessa di Benevento, essere invitato al ballo di palazzo Altomarino, la sera di Sant’Eufemia; andar alle feste mascherate che si davan più volte nell’anno in casa Aimone dell’Ussero, casa ricca ed ospitaliera, che albergava quattro bellissime nuore tra un codazzo di parentele. Voleva, se pur ciò dovesse tediarlo, essere fra i pochi ed eroici nobiluomini che almeno tre volte nella stagione frequentavano i venerdì della vecchia contessa di Sedriano, la quale, inferma e pressochè sorda, teneva circolo da un seggiolone simile ad un trono, avendo una nipote già più che trentenne da maritare, una grama nipote, magra, sghemba e balbuziente, su la quale s’erano scatenati tutti i malanni dei Sedriano, rinomati già da secoli per la loro impeccabile bruttezza. Voleva che d’estate l’invitassero in campagna i Mazzoleni, antichi profumieri fattisi marchesi da sè, o gli Anselmi, ch’erano una tribù senza numero, contraddistinti, i maschi dal cranio rotondo, le femmine dalla spaventosa magrezza: o i Nonaro del Monte, che passavano per la più ricca famiglia della città.