Pensava di visitare in palco donna Ottavia Malespini, della quale narravasi che, per salvare certe speculazioni del marito, si fosse abilmente commerciata ad un ricchissimo banchiere ebreo; donna Eleonora Salvati, che aveva, dicevasi, la più bella e più visitata collezione di mutande in pizzo vero; le due sorelle Gozzani, marchesa Marta e marchesa Federica, delle quali, in verità, era rimasta vedova la seconda, benchè fosse morto invece il marito della prima, se, a quanto affermavasi, era vero che il barone capitano Guerrazzo avesse disertato il talamo coniugale per il letto vedovile della sua deliziosa cognata.

Pensava d’esser ricevuto ai tè intimi di Rosanella Piacentini, questa frivola, che s’era innamorata del suo pettinatore; ai tè meno intimi di Graziana Buonconte, che amava giocare in Borsa, discorrere di politica, scommettere su cavalli, fumare sigari Avana, ed amava pure, a dir delle cronache, i letti angusti delle sue belle cameriere.

Avrebbe voluto, nei mattini di primavera, caracollare al fianco di quell’amazzone compiuta ch’era Miretta Sansalvato, la quale si doleva sopra tutto di non trovare cavalieri abbastanza intrepidi per galoppare quanto a lei piacesse, ma che certo possedeva una mano tanto robusta quanto delicata, e ciò avevano riconosciuto in brughiera molti tenenti di cavalleria. Avrebbe desiderato far musica nel salotto misterioso della pallida Clara Michelis, che già era vedova in quel tempo, e visibilmente si struggeva d’un mal vedovile.

Insomma egli avrebbe voluto entrar nell’intimo di quella società ben nomata, cui tutto è lecito, perchè nessuno è sopra lei, nella piccola cerchia d’una città, per giudicarla; dove l’ingegno fa minor breccia che i modi compiuti, e qualchevolta fa sbadigliare, dove la passione irruenta cede il campo al capriccio elegante, la vendetta iraconda si copre le mani di guanti delicati e l’amicizia diventa urbana come un’adulazione complimentosa. In quella società inverniciata, splendente, ove si canta, si balla, si ride, si ama, si odia, ci si vendica e si tradisce anche, ma tutto ciò educatamente, con un bel riserbo, fra quattro pareti, sicchè non ne corra notizia per le bocche della plebe disprezzabile.

Ed egli vide, come nel sogno d’un maraviglioso avvenire, il giorno in cui avrebbe avuto per mensa una tavola imbandita di porcellane trasparenti, servita intorno da una folla di maggiordomi silenziosi, e sè vide, in quel miraggio di cristalli, di specchi, d’argenterie, spingere l’occhio lascivo nel bianco d’una scollatura impudica, sentendosi passare intorno la fragranza della cipria odorosa, il calore d’un seno intravveduto, l’ardore d’uno sguardo ambiguo... Ripensò la bottega paterna, dalla quale pochi anni prima era uscito, con qualche cencio e con poche monete di rame; la bottega semioscura, che doveva nel destino essere tutto il suo regno; ed invece s’apparecchiò per i suoi ozi le poltrone profonde, imbottite di cuscini morbidi, per le sue danze sognò le sale sfavillanti di candelabri, per i suoi amori si diede convegno nei talami delle marchese infedeli, per le sue nozze, ch’erano la corona del sogno, si concesse la mano d’una bellissima ereditiera...

Camminare bisognava, camminare con temerità, senza concedersi requie, facendosi largo fra i molti che gli avrebbero ostacolata la via, spezzando i vincoli che gli avvincessero il piede, solo, e pur certo di non fallire.

Perchè si era scelto questo sogno a tentazione della sua vita coraggiosa? Neppur egli lo sapeva, nè di saperlo si curava. Quest’ambizione era sgorgata in lui da una sorgente oscura dell’anima, lo tormentava e lo spronava con accaniti eccitamenti.

Più tardi avrebbe pensato a coronare di qualche alloro men caduco la sua tenace ambizione, poich’era uscito dal nulla con la voglia e con la virtù incontrastabile di non essere un mediocre. Voleva, se pur gli fosse lecito, compiere nel mondo un passaggio rumoroso, attrarre sopra di sè qualche invidia, giungere più lontano che potesse dalla oscura e dimenticata origine.

Taluno de’ suoi nuovi amici gli aveva già vagamente promesso di proporlo al Circolo nell’autunno prossimo, poichè frattanto gli conveniva lasciar scorrere l’estate nell’accaparrarsi destramente un certo numero di simpatie fra que’ soci di maggior credito, i quali avrebbero potuto a lor talento aprirgli o chiudergli per sempre l’accesso alla porta sublime. Pieno di fiducia in sè, Arrigo si accinse con ogni suo potere a questa lenta ed ingegnosa fatica. Negli ultimi anni il Circolo aveva molto rallentate le sue strette discipline, aprendo le porte ad una gran folla di soci nuovi e scelti con minore severità, per il bisogno di mantenersi in vita. Era indispensabile rinfocolare il gioco, mescere alla cattedratica schiera dei soci antichi una gioventù più vitale, venuta su coi tempi nuovi nella città fattasi borghese, e che specchiava il lento ascendere della classe trafficante sul declinare delle famiglie patrizie. Contro la fama del casato vinceva ormai la fama dei forzieri pieni; i palazzi secolari cadevano fatalmente in possesso della plebe arricchita. Nomi che ancor sentivano il lezzo d’ogni bassa speculazione mercantile tenevan la dittatura della città, procacciando ai figli le cariche più illustri, maritando le figlie ben dotate nei parentadi più antichi.

Sul roco singulto della tromba feudale vincevan con più vasti urli le sirene dell’officine: ai corni di caccia perduti nell’eco delle bandite, rispondeva il rombo laborioso dei martelli, l’ánsito e lo sbuffo delle grandi macchine generatrici; contro il peana degli eserciti sanguinari prorompeva dalla piazza invasa l’Inno dei Lavoratori.