E fra queste usanze nuove, più facile s’apriva il cammino ai sopravvenuti dal basso; l’uomo non portava più su la fronte il suggello ed il marchio della sua nascita, ma nella gara della vita egli valeva per il cammino che vi sapesse compiere, valeva nella fiera umana per la sua destrezza di giocoliere, per la sua facondia di ciarlatano, e poteva così pescare o frodare il maggior dado nel bossolo della sua fortuna. Il popolo tirannico lanciava in tutte le giostre i suoi robusti campioni, e poich’erano assetati di vita, avidi per diuturne astinenze, callosi e astiosi dei gioghi patiti, mettevan nel vincere una caparbia ira, millantavano in tutte le vittorie una rumorosa temerità.
Ora l’estate venne; con l’estate l’esodo verso le campagne, verso gli ozi lacustri e montani, verso le spiaggie che bruciano di arene scintillanti, nei rossi mesi dell’ozio e della bagnatura. La città spopolata rimase in balia de’ suoi più tenaci lavoratori, divenne il regno dei mariti allegri e degli sfaccendati, che per pigrizia non avevano il coraggio di prendere un treno. La vita si fece più familiare fra tutti quelli ch’erano afflitti dallo stesso mal della calura, e si udì giurare in buona fede che la città non fosse mai tanto piacevole ad abitarsi come quando è sgombra dalla sua maggior cittadinanza.
Più a lungo si vegliò la notte, si fecero lunghe sieste nei pomeriggi afosi; lo scopo delle passeggiate serali fu l’andare in cerca d’un fil d’aria, e tutte le maledizioni dell’anno dettero ai tormentati una breve tregua, poichè il calendario d’ogni vita segnava il tempo delle beate villeggiature.
Arrigo e la Ruskaia non indugiarono a lungo in città. Ella del resto s’annoiava. Da che s’era chiuso il teatro s’annoiava profondamente; il giorno sopra tutto, chè le notti avevan sempre qualche svago.
Egli era forse un po’ despotico, e talvolta la indispettiva; poi non era geloso affatto, e ciò la umiliava. Qualche nube era già sorta fra loro a proposito di mille inezie; non avevan lo stesso modo di pensare, non amavano gli stessi libri, non trovavan simpatica la medesima gente. Arrigo passava troppe ore fuor di casa, dedicava troppo tempo agli amici, alle carte, alle sue cure ambiziose, aveva sempre un certo fare preoccupato e chiuso, che urtava la gelosia dell’amante; non era inoltre un uomo capace di prestarsi a tutti i capricci d’una donna viziata, e qualche volta, pur nell’ore più intime, dimostrava già d’avere una certa fretta. Ella cominciava talvolta con sentirsi un poco sola... E però s’amavano ancora. Nubi lievi, che dileguavano rapidamente nel calore d’una tentazione.
Furon all’acque, furon in montagna, poi scesero ad una riva lacustre non lontana dalla città, e, per finirvi l’estate, affittarono una villetta piccola come un nido, che bagnava nell’acqua placida le sue fiorite spalliere di rosai.
La sponda spesseggiava di ville festevoli, d’alberghi frequentatissimi; tutto il giorno per la lunga strada rasente il lago era un trascorrere di carrozze o d’automobili dall’uno all’altro cancello, poichè la signoria villeggiante si onorava di visite scambievoli, largheggiava di feste nei parchi sontuosi, talvolta ballava, recitava, si mascherava, correva regate a vela, giostrava nei campi da tennis ed inoltre si dava cura dell’umanità sofferente allestendo con grande strepito qualche fiera di beneficenza.
Tra quel frastuono di vita mondana gli amanti vissero in disparte, quasi nascosti nell’intimità del loro nido.
L’estate, già percorsa da qualche brivido, già consunta di qualche foglia gialla, l’estate che irrompeva nelle vigne con una rossa maturanza di grappoli e pareva bruciasse nei giardini con assurde magnificenze di fiori, consumava nell’ardore delle postreme sue vampe le vene degli amanti, che in quella sopraffazione di vita sentivano da tutte le cose circostanti scaturire una inconsumabile voluttà.
Nulla è più tormentoso per il viandante che l’incontrare, nei pomeriggi di sole, certa piccola casa dalle persiane socchiuse, dalle tende abbassate, intorno a cui mormori un silenzio di cose vive, canti nel verde una fresca fontana, luccichi tra le ghiaie del viale qualche frantume di vetro...