Nulla è più stanchevole per il rematore che il passar con la sua barca sotto un giardino fragrante, quando al sole morente si riaprono le finestre della casa, ed insieme, vicini, semisvestiti, due s’affacciano al davanzale, guardando nella tremante azzurrità di quell’ora in cui principiano e suonar campane, perchè tutto il pomeriggio han dormito, sognato, amato, in una chiusa camera tranquilla, dove tuttavia pertugia come un barlume quella enorme crudeltà dell’estate, quel vertiginoso balenìo del sole su l’acqua inerte, quella immobile tribolazione che nella vampa invade ogni cosa, quando l’incendio gràvita su l’ora ferma consumando il suo proprio splendore.
E i solitari, gli oziosi, gli snervati, quelli che tormenta un desiderio nascosto, quelli che per infinite strade han da essere o viandanti o rematori, pensano con un’invidia piena di malinconia a que’ due che stanno dentro la casa tacente, che han dormito, sognato, amato, nel nascosto rifugio, durante un lungo pomeriggio di sole.
Poi l’invidia si fa curiosa; va, spia, guarda, parla, racconta... Il basso tetto, chiuso fra gli alberi del giardino lacustre, diviene il luogo dolce del peccato, che turba le immaginazioni altrui, che muove per tutto all’intorno una leggenda d’amore.
Traverso il chiuso cancello corrono sguardi furtivi; a quelle finestre incantate volano molti sogni altrui; tutto in quella casa innocente par stregato e colpevole, poichè da ogni ramoscello, da ogni pietra, pende il segreto voluttuoso di due giovinezze che si amano.
Nelle sale affollate si parlò di quella casa taciturna; qualche giovine signore, noiato della vita familiare, spinse l’audacia de’ suoi propositi fino a tentar l’assedio della bella innamorata; qualche vecchia zitellona pettegolò di que’ due con la più verde bile; qualche ragazza vaporosa, nel letto insonne, rivide a piè del giardinetto le straboccanti spalliere di rosai e quel cespo di gelsomino che abbracciava le finestre semichiuse; qualche moglie, vedova nella settimana, quando fu la sera del sabato, prima di spegnere il lume, ne tormentò il marito sonnacchioso...
E tutto questo fece sì che per la riva lacustre, in un cerchio nuovo di persone, si propagasse quell’indiscreto cicaleccio che aveva sin dal principio divulgato gli amori di Arrigo e di Tatiana, quando la lieta schiera dei Mammagnúccoli s’era prima commossa per l’avventura di costui.
Fu, tra gli altri, un barone, ch’era in villa con la sua vecchia madre, un barone dalla barba crespa, giunto al limite dei quarant’anni con un cuor d’adolescente, il quale molto s’ingelosì di quell’idillio estivo, tanta inquietudine d’amore lo strinse per la bellissima cantatrice.
Non di rado egli la vedeva nel giardino, più spesso la udiva lanciare in alto i suoi armoniosi trilli, poichè il possesso baronale confinava con il giardino degli amanti e non v’era tra l’uno e l’altro che un muricciuolo di poche pietre.
Il barone Silvestro Piaggi era un uomo alto e complesso, con un bel volto roseo, da buon fanciullone, cui cresceva di giovialità l’ornamento della barba bionda e crespa. Onoratissimo e ricchissimo, era stato saettato senza mercè dalle ragazze da marito; ma per un amor filiale più devoto che ogni altro affetto non s’era mai voluto ammogliare, temendo che una sua propria famiglia lo costringesse a mancare d’assiduità presso la vecchia madre.
Quest’uomo però s’innamorava; e poich’egli possedeva in massimo grado ciò che alle donne sommamente piace: la cavalleria de’ modi e l’estrema prodigalità — l’amore nella sua vita era stato una cosa gioconda.