— Vi prego, sedete, barone.
Egli rimase in piedi. Non gli pareva quasi vero d’esser lì. Anzi dimenticava la ragione della sua visita. Finalmente se ne risovvenne.
— Sono incaricato... — L’avevano incaricato d’una commissione. Le nobili dame della beneficenza l’avevano mandato a parlamentare con la cantante dalla voce d’oro. Si stava preparando una gran festa, nel teatro d’un albergo vicino, a favore di certi derelitti... Questa recita si faceva tutti gli anni. Vorrebbe cantare la Ruskaia? Non dicesse di no! La patronessa era donna Claudia del Borgo; canterebbe la marchesina Farulli, donna Francesca Monteguti... Poi si dava pure una commediola... Non dicesse di no!
Che orribile pronunzia aveva in francese quel barone Silvestro!... — osservò fra sè stessa la Ruskaia ancor prima di pensare se le convenisse accettare o no. Aveva inoltre in tutta la sua grossa persona qualcosa d’artefatto e di comico. No, stava meglio di lontano, con la sua barba crespa dietro il muricciuolo. Pensò ch’era stata sciocca nel lasciargli credere...
— Noi siamo vicini di casa, per mia fortuna... — egli disse con un tono galante.
— Oh, che fortuna!
— Tutte le mattine, alla finestra, la intravvedo...
— Già, già...
Era un po’ inquieta, forse irritata; le dava noia quel garbato e melenso corteggiatore. Queste fervide slave sentono l’uomo e la maschilità dell’uomo in un modo singolare.
— Eppure ho dovuto attendere fino ad oggi l’occasione di poterla conoscere.