— Certo... — E gli sorrise, come la prima volta, nel giardino.

Sopraggiunse Arrigo. Il barone gli si presentò. Uomo affabile, cavaliere di gran mondo, poteva impacciarsi davanti ad una bella donna, ma in ogni altra circostanza rimaneva padrone di sè. La proposta venne ripetuta, e dopo molta esitazione, persuasa dalle insistenze di Arrigo, la Ruskaia finì con accettare.

Ma, Dio buono!... questo impegno la impensieriva... Da varii mesi non aveva cantato più. Il barone disse:

— Oh, non raccontate queste cose al vostro vicino!

Già, ma quelli erano trilli all’aria aperta; ora bisognava che si ripreparasse.

— Insomma ho promesso: canterò.

Ed eccoli tutt’e due più vicini a dame e signori, nella promiscuità d’un grande albergo, sotto l’ala della buona Fata Beneficenza. Ecco lei, festeggiata, in mezzo a crocchi di signore ciarliere, ferventi nell’opera intrapresa, tutto il giorno in faccende, liete più che mai di parere una volta quel che non erano, esibendosi dalla scena a spettacolo d’una folta platea. Ed eccole, curiose di questa cantatrice straniera che trascinava dietro sè una storia d’avventure clamorose, che aveva durante l’inverno messo a rumore la città col suo canto e con la sua passione. Piacque; la trovaron simpatica, spiritosa, fina; si divertirono a stare con lei, a respirare un poco di quella polvere dorata, prestigiosa, che sembrava ravvolgerla di splendore, fatta di tante cose dissimili: dall’applauso che aveva suscitato intorno a sè nella sua vita errante, all’oro che le avevano cosparso ai piedi e sul quale aveva camminato; da quella caparbia onestà ch’era talvolta un nodo inestricabile, alle strane lussurie di chi la credevan capace nella sua coltre di bella donna errante. La fecero cantare, l’applaudirono, la lusingarono, le fecero crocchio intorno, verso l’ora del tè; infine, se non si fosse intromesso qualche burbero marito, sarebbero fors’anco giunte ad invitarla nelle case loro.

Per riflesso, Arrigo profittava delle festose accoglienze che dappertutto si facevano alla Ruskaia. Da lei si teneva più lontano che gli fosse possibile, per non ledere le buone apparenze, e il mondo, che, se ciò gli garba, indulge talora fin oltre il necessario, fingeva d’ignorar persino che fossero amanti e che avessero in riva al lago una dolce villa dalle finestre semichiuse.

Durante le prove della recita egli se ne stava in disparte, nel grande atrio dell’albergo, talvolta nel giardino, mostrandosi pieno di garbo e di gentile modestia.

Le signorine gli ronzavano intorno, a sciami, curiose di lui, per quel che ne avevano inteso raccontare a mezza voce durante l’austerità dei pranzi familiari. Fra i crocchi di signore si discuteva intorno alla sua persona. Era giunto fin lì quell’appellativo di «bel Ferrante» che gli avevano aggiudicato nei palchi del teatro, quando il suo nome si era diffuso per le prime volte, congiunto a quello della Ruskaia. Senza paragone infatti egli superava i due seduttori più avventurosi della stagione lacustre: Cencio Baracco, vincitore di regate, e Massimo Randa, che ogni sera traversava il lago in lancia a benzina, per un legame che aveva su l’altra sponda. Li vinceva di bellezza e di novità, ma era forse un po’ troppo virile per il gusto di quelle dame raffinate. Gli mancava senza dubbio quell’aria etica, quel pallor giallastro di cattiva digestione, quell’andar stanco su le gambe flosce, che preannunzia la spinite lontana; molto insomma gli mancava di quel che piace per lo più nei giovini signori moderni, e che aggiudica loro talvolta la fama d’irresistibili. Ma con la svelta persona, col bel collo muscolato, con la maschera del volto precisa e chiara, parlava dirittamente ai sensi di talune, che non potevano impedirsi dal risentire una certa piacevole molestia in vicinanza di un così bel dominatore.