Egli d’altronde non era, o non pareva essere, vano. Più oltre spingeva i suoi disegni che a ferire il cuore di questa o quella ammiratrice; a men difficili tempi serbava gli oziosi tornei d’amore. La sua battaglia era di quelle che si combattono con taciturna pazienza, ed egli non vedeva davanti a sè che una meta, necessaria, lontana. Cacciarsi a forza di gomitate abili dentro quel mondo restìo: questa era per intanto la sua fatica. Ed a ciò, tutto gli doveva servire; anche la bella voce della Ruskaia, anche le interessate cortesie del barone Silvestro, anche i pettegolezzi ch’egli sentiva correre intorno come lucertole fra l’erba, ed anche le non ambigue punzecchiature di donna Claudia del Borgo, che patrocinava la festa.
Questa donna Claudia era già oltre nell’autunno della sua famosa e dissoluta bellezza; ma non con gli anni s’addormentava il suo tumultuoso cuore; non meno piacevanle con ardore le tempre giovini e salde per essersi alquanto sciupata ne’ suoi lunghi vizi. Un marito inconcludente, ricco senza confine, era stato il mecenate silenzioso de’ suoi folli capricci. Giovine, si era data a chi la voleva, a chi le piaceva; si era data nei modi più strani e più perversi, con una volubilità incontentabile. Aveva un tempo scandolezzata la città tenendosi per staffiero il più bello fra i cavallerizzi d’Ungheria, ed a quanti mormoravano, a quanti inorridivano, aveva risposto aprendo le sale del suo palazzo ad una ospitalità grandiosa e fastosa, ben pensando che il mangiare, il bere, il far danzare, il far vivere a scrocco, son l’offe che meglio debellano le infurianti maldicenze altrui. Ma ora, invecchiata e non stanca, metteva un certo studio nello scegliere per i suoi ultimi banchetti gli intingoli più saporiti. Aveva quasi una smania virile di volersi appagare ogni capriccio, ed in certe riunioni di bellimbusti era corsa voce che donna Claudia fosse qualchevolta liberale. Un tenente, che aveva giocato e perduto sino a rischiar le spalline, s’era salvato così; molti sconosciuti eran entrati in società per la sua camera da letto. Poich’ella, non potendo scendere fino a loro, li innalzava talvolta fino a sè. Inoltre donna Claudia s’occupava di maritaggi, e quando era stanca d’un amante, spesso gli procacciava una moglie tra la schiera delle nobili signorine che teneva in sua protezione. Almeno sotto un certo rispetto, erano per tal modo ben sicure di non imbattersi male.
Piacere a donna Claudia poteva insomma non essere un danno per tutti quelli che fossero nei panni d’Arrigo. Ed egli lo sapeva. Questo pensiero gli venne istintivo, il primo giorno ch’ella lo guardò. Vi sono certe donne le quali osano guardarci con maggiore insolenza che non guardiamo noi la più desiderata fra le donne. Anzi egli ebbe di quell’antica esperienza una sottile paura. Ma nei giorni successivi sentì nascere il capriccio nell’animo di quella donna dissoluta, e con la sua borghese abitudine del calcolare, súbito valutò il profitto che a lui ne sarebbe derivato. Ella certo lo avrebbe levato sopra uno scudo fin nelle sale del suo palazzo, lo avrebbe difeso e fatto ricevere in quel mondo chiuso. Quanto alle chiacchiere della gente?... bah!... egli non poteva salire che per mezzo d’una frode: — qualunque fosse, l’avrebbe senza scrupoli consumata.
Donna Claudia se l’era un giorno fatto presentare dal barone Silvestro dopo le prove della recita, ed or amabilmente si compiaceva nel punzecchiarlo con il suo spirito pieno di vivacità e d’ironia. Nel corso di quelle settimane Arrigo aveva strette molte conoscenze, ma poichè si trovava in condizione assai difficile, dato il suo legame con la Ruskaia, ne usava con molta cautela, per non urtare alcuna suscettibilità.
La bella Tatiana era gelosa. Se un poco di stanchezza stava per nascere in lei, questi fatti la dissiparono. Ella prese in odio tutte quelle che guardavan Arrigo con troppa insistenza, e molte volte s’ingelosiva senza ombra di ragione, poichè la donna innamorata smarrisce del tutto il senso del suo proprio valore, se non quello della sua propria vanità. Ogni sera, nella intima villetta, furon alterchi e lacrime. Arrigo riusciva sempre a rasserenarla con qualche abile carezza, con qualche parola persuasiva; ma il giorno dopo si era da capo. Diveniva irascibile, sospettosa, inquieta; durante le ore che passavano all’albergo non lo perdeva d’occhio un momento; se usciva solo, d’un tratto gli capitava presso, ed inoltre aveva ordinato alla domestica di non consegnare che a lei sola qualsiasi lettera giungesse nella casa. Una volta che donna Claudia era stata oltre il consueto provocante con Arrigo, la Ruskaia fu sul punto di fare i bauli e andarsene via, piantando in asso le dame del Comitato, le prove, la recita di beneficenza.
Quel giorno gli occorse non poca fatica per riuscire a calmarla.
Frattanto il buon barone Silvestro, designata vittima di quei malumori, ebbe a ricevere un sacco di sgarberie. Ma non disperò. Sapeva che tutto viene a suo tempo: il frutto su l’albero acerbo e il bacio d’amore sui labbri della donna restìa.
Se il giorno della recita avesse tardato ancora, certo la commedia non sarebbe stata a lieto fine. Quelle dispettose nobildonne si mettevan allegramente di puntiglio nel provocare la gelosia della cantatrice, sicchè facevano ad Arrigo più moìne che mai. Donna Claudia, superba e sfacciata, non se ne dava per inteso. Con quell’aria di gran dama che non aveva mai perduta nelle più scapigliate avventure, civettava con Arrigo sotto i lampeggianti occhi della Ruskaia e pareva divertirsi mezzo mondo a veder l’impaccio del perplesso amante. Gli aveva detto un giorno:
— Mi piacerebbe invitarvi da me, in villa; ma forse la vostra piccola amica non ve lo permetterebbe...
E rise, con il suo riso pieno d’insolenza.