Poi, un altro giorno:
— Vado in città una volta la settimana, il giovedì, col treno delle undici...
Arrigo finse di non comprendere. Gli parve che anche agli uomini fosse talvolta mestieri difendere la propria onestà.
Ma quando la Ruskaia ebbe cantato, nel giorno della recita, la scena fu coperta di fiori. Per farle una cesta, il barone Silvestro aveva mietute le più belle aiuole del suo giardino. E la pagaron d’applausi per quanto l’avevano fatta soffrire.
Dopo d’allora nessuno li vide più. Eran tornati a vivere nascosti nella villa odorosa di gelsomini.
L’autunno intanto cominciò a buttare i suoi tappeti gialli su le inclinate praterie della montagna; ricamò di assiderati brividi le calme acque, all’avvicinarsi della sera. Le aperte magnolie si sfasciarono, caddero dai rami alti, nel fogliame lucido. Le rose delle spalliere si sfogliarono fiore per fiore su la bianca ondata, e si dispersero via, per il lago, tra le foglie secche, ad una ad una.
E gli amanti ritornarono in città. La Ruskaia fu scritturata per la nuova stagione; Arrigo riprese a poco a poco una maggiore libertà. Ormai gli pareva che la sua casa fosse troppo modesta, sicchè prese un altro appartamento di gran lunga più lussuoso e si fece servire da un domestico in livrea. Occorreva un certo apparato per ricevere Donna Claudia e tutte l’altre che verrebbero in séguito. Gli usurai cominciavano con fargli credito, vedendolo vivere in mezzo a gente danarosa, e quando alle scadenze non provvedevano le carte, era Tatiana che pagava le cambiali. Ma non più con la serena incoscienza delle prime volte. Ora si rabbuiava, piangeva discretamente miseria, e v’erano già state alcune discussioni aspre, sopra tutto per le spese dell’appartamento che a lei parvero eccessive. Allora egli la fece da millantatore, s’offese, giurò che l’avrebbe ripagata, e con avanzo, d’ogni denaro avuto, poi, per qualche giorno, scomparve. Ma Tatiana lo tornò a cercare, sebbene fosse stata un momento in dubbio se profittare di quell’occasione per accogliere l’offerte allettevoli del barone Silvestro, che aveva, di fronte alle donne, due supreme virtù: la pazienza e il denaro.
Tatiana certo non era interessata; ma spendeva per i suoi abiti non meno di cinquantamila lire all’anno; adorava i gioielli e se ne stancava presto, il lusso, lo spreco erano per lei più necessari che il pane. Da un anno in qua i suoi guadagni si erano ridotti quasi a nulla, poichè le paghe d’un teatro italiano, per i suoi bisogni, erano ben povera cosa; da Parigi il suo banchiere, ad ogni richiesta di denaro, le mandava lettere quasi paterne, avvertendola che il suo conto corrente scemava con una rapidità spaventosa. E insomma, se l’amore può, nei proverbi, contentarsi d’una capanna, la parola d’un banchiere previdente riesce non di rado a sconvolgere tutto un ordine d’idee. Quel barone Silvestro, dalla barba crespa, era infatti un po’ ridicolo, con la sua grande aria da re dei burattini, — ma che appoggio serio per una piccola donnina, sola nel mondo, con i suoi capricci e con le sue guardarobe favolose!... Infine la Ruskaia rifletteva su ciò, molto seriamente, benchè non sapesse risolversi ancora.
Una mattina Arrigo stava dormendo, quando il domestico lo venne a svegliare, portandogli un biglietto da visita ch’egli squadrò con occhi assonnati. Nello stesso tempo s’intesero due nocche battere familiarmente all’uscio.
— Sono io, — disse dal di fuori una voce, che gli parve di riconoscere per quella di Beppe Cianella.