Allora fece un bel bucato di tutta la sua roba sporca, e guardando con fiducia nel limpido avvenire disse per la prima volta a sè medesimo:

— Si arriverà!

XIV

Donna Claudia s’era pagata il suo capriccio. Se l’era pagato senza troppe cautele, da donna esperta e frettolosa. Non fece che scrivere nel suo catalogo mentale questa riflessione molto semplice: «Uno di più.» Era fra quelle donne coraggiose che non tentano di mascherare dietro vane commedie sentimentali quella perenne voglia del mutamento che in verità costituisce la sola ragion d’essere di tutti gli amori galanti. Si era detta: «Mi piace»; lo aveva lasciato comprendere a lui, comprendere a tutti, poichè le sue stoltezze eran ciò che di più serio aveva saputo commettere nella vita. Non le rincresceva d’invecchiare, perchè non portava con sè nella vecchiezza nessuna rinunzia, nessun rammarico; si era dispensata, goduta e lasciata godere fino al limite del suo desiderio; tutte l’ore trascorse della sua vita le parevan degne d’esser rivissute.

Nella penombra d’una camera ella poteva nascondere ancora il numero soverchio degli anni e sapeva qualche malizia di vecchia gatta, che meglio d’una fresca inesperienza poteva innamorare i giovini. Se il volto e la gola sfiorivan un poco, le rimaneva pure quel superbo seno che nessuna gelosia d’amante era mai riuscita a farle bastevolmente coprire negli abiti da ballo, e quella cintura pur salda nella strettezza delle reni, che tanti spasimi aveva contenuti, senza disfarsi nella lascivia, senza patire dalla voluttà.

Da troppo tempo Arrigo era fedele alla sua dolce Tatiana; aveva sete di bere ad un calice più amaro, e, quando la prima volta s’incontrarono, Donna Claudia lo trovò impaziente. Sorpresa e lusingata di piacergli, cessò da quel sarcasmo brioso con il quale si preparava a difendere la sua maturità contro le diffidenze dell’uomo giovine. Ed anche gli fu riconoscente, perchè nulla è più triste per la donna che lo svestirsi con paura sotto gli occhi attenti d’un uomo al quale avrebbe potuto piacere follemente una decina d’anni prima.

Donna Claudia cominciò con invitarlo a pranzo; nella sua casa era sempre tavola bandita, gaio spirito e libera ospitalità. Varia e dissimile gente vi conveniva insieme, accomunata sotto la tutela del gentilissimo blasone che gli avi di don Antonio del Borgo avevan recato di Spagna per il tramite d’un maritaggio e per l’onore d’una pace conchiusa. Ma don Antonio lo avrebbe ormai lasciato perire, poichè la sua prodiga moglie s’era invano affaticata per fargli nascere un erede.

Arrigo si appropriava con rapidità le usanze delle persone fra le quali era condotto a vivere; dalla bottega paterna alle sale dei palazzi, per un veloce cammino, si era tolta di dosso tutta la reminiscenza plebea che portava dal suburbio e dalle basse frequentazioni; un nitido signore sbocciava in lui, spontaneamente ricco d’eleganze, piacevole in tutto a conoscersi, tanta era la padronanza ch’egli aveva sopra sè stesso e la fede ambiziosa nella meta del suo cammino. Pochi mesi bastarono per assuefarlo a quella vita nuova, come se l’avesse vissuta fin dall’infanzia. Forse, nel compiere quell’ascensione, il suo sangue si risovvenne che non era sangue di plebe, se tale oscura memoria può non morire traverso la discendenza ed i casi alterni della vita.

Da quelle sale fu condotto in altre numerose, ove strinse amicizie, intraprese piccole avventure, coltivò gli uomini e le donne che potevan esser utili a’ suoi disegni, ebbe l’accortezza di parer modesto e di non suscitare alcuna gelosia.

Poichè sapeva di avere una cultura manchevole, pazientemente prese ad istruirsi, celando le ore dedicate allo studio come se fossero una colpa, e spiegando nelle sue dense giornate una infaticabile attività. Si volle raffinare con ogni diligenza, per un naturale amore della raffinatezza che dormiva in lui. Dietro la maschera impassibile del suo volto s’indovinava talora la febbre dell’anima irrequieta; ma una tirannica volontà soggiogava tutte le sue passioni ed egli provava quasi una iraconda gioia nel soffocare le ribellioni dell’istinto. Di sè medesimo era splendidamente l’arbitro il maestro ed il soggiogatore.