— Volevo dire: che non posso continuare sempre.
— Fate un po’ di sentimento, ora? — domandò il Rígoli che s’era seduto alla tavola vicina.
— Sì, per ridere... ed anche per farvi ridere! — esclamò la Tita, con un accesso d’allegria. Ma i suoi grandi occhi neri, offuscati di nero, un po’ sciocchi forse nella loro bellezza, non sapevano celare una certa inquietudine, una certa sensibilità quasi timida, nel guardare il giovine dallo sguardo vellutato, dalla bocca aspra, che le mesceva ora il tè fumante e pareva considerarla come un piccolo trastullo.
— Non ti si vede più, — ella disse al Ferrante, sottovoce. — Che fai?
— Molte cose. — Poi, con un gesto vago, ripetè: — Molte cose.
Ella lo guardò attentamente:
— Sei divenuto un posatore.
— Quei due si rifanno la corte! — annunziò allora un de’ vicini, che aveva udito. — Siete ben noiosi!
— Sapete che purtroppo, — ammise ridendo la Tita — ho sempre avuto un tenero per Arrigo.
— Questo non ci riguarda, — ribattè Sacco Berni. — Del resto Arrigo non è libero e perdi il tuo tempo. Io sono invece liberissimo, se vuoi.