In media una volta ogni mese il farmacista Riotti capitava in casa d’Arrigo, dandosi l’aria d’un uomo risoluto a qualche passo estremo, tutto gonfio di spiriti oratorii e pieno di burbera tracotanza, come chi sa di propugnare invanamente una causa giusta.

Perchè l’ira gli sbollisse, Arrigo lo faceva attendere un buon quarto d’ora, poi gli andava incontro con la sua disinvoltura d’uomo gioviale, tendeva al farmacista la sua mano risfavillante d’una grossa pietra, dicendogli:

— Buongiorno, carissimo Riotti; come va?

L’altro borbottava qualcosa, ch’era un mezzo saluto, profferito in luogo e vece d’una ingiuria.

— Sedetevi dunque! Che buon vento vi mena? Oh, là là... State bene, vedo. Una cera da principe! Novità?

— Signor Arrigo, meno chiacchiere! Io vengo, lo sapete bene, per la solita faccenda.

— Cioè?... Ma sedetevi, dunque! Toglietevi il cappotto, che diamine! Come sta mio padre? È un pezzo che non lo vado a trovare. Come sta? E la mamma?

— Se non son morti ancora, con un figlio come voi, vuol dire che hanno la pelle dura!

— Dunque stan bene. Meglio così.

Ma intanto il Riotti, curioso, indiscreto, cominciava con lanciare un’occhiatina per intorno. Il salotto gli piaceva; gli sarebbe estremamente piaciuto che tutto questo appartenesse a sua figlia, cioè a lui. Si sbottonava il soprabito, rimanendo nel viso più arcigno che potesse. In fin dei conti la spavalderia di quel Rigoletto, a lui familiare sin da quando era bambino, superava il suo buon senso borghese, lo sbalordiva un poco, gli dava quasi quasi una certa soggezione.