Arrigo gli metteva sottomano la scatola de’ sigari — una scatola d’argento martellato, con le cifre in oro — ed il Riotti tastava la scatola in ogni senso prima di mettersi fra i labbri uno di quegli Avana lunghi e panciuti, che col loro fumo gonfio di sapore davano al suo cervello certe deliziose sensazioni esotiche. Poi Arrigo si alzava con premura per versargli un bicchierino di quel suo vecchissimo «Curaçao», che sapeva di fiori d’arancio, e gli lasciava presso la bottiglia nettarea, tappandola bene perchè non isvanisse.

— Dunque, le nozze? — interrompeva bruscamente il Riotti, per tagliar corto a tante cortesie.

— Ah... le nozze! A proposito, come sta l’Eugenia?

— Bene, bene... ossia, come può stare una ragazza ne’ suoi panni.

— Insomma sta bene anche lei; meglio così!

— Sentite, Arrigo, finiamola con gli scherzi! So che adesso appartenete al bel mondo, siete sempre fra conti e marchesi, ricevimenti, pranzi, amanti, e che diavolo so io; ma per me non conta; la parola data non si ritratta, a meno d’essere... a meno d’essere... insomma io v’ho visto bambino, e certe cose ve le posso ben dire!

Arrigo lo aveva sempre tenuto a bada con qualche vaga promessa; ma una volta finalmente perdette la pazienza.

— Bene, sentite, — gli rispose. — Io mi sono avveduto di una cosa: che, per prender moglie, ci vuole la vocazione. Io non l’ho. È triste, ma non l’ho. Non me n’ero accorto finora, ma non l’ho!

— Che c’è di nuovo adesso? — era scattato su il Riotti.

— Sicuro; e volete che ve lo ripeta un’altra volta? Non l’ho! Anzi vorrei darvi un buon consiglio. Cercate di coltivare qualche altro partito per vostra figlia, perchè, se aspetta me, credo che le spunteranno i capelli bianchi.