Il Riotti sgangherò la bocca, come se volesse buttarne fuori la più orrida bestemmia, ma non diede che una specie di enorme sbuffo mentre le sue guance divenivano paonazze.

— Ah, davvero?!... È così? è così? dopo quel che c’è stato?!

— È così, mio caro, è proprio così.

E gli aveva urbanamente volte le spalle, ritirandosi nelle stanze interne dell’appartamento e piantandolo in asso nel bel mezzo di quel salottino elegante, ove, dopo alcuni minuti, il domestico venne ad avvertirlo che s’aspettava gente, sicchè facesse il piacere d’andarsene via.

Il Riotti, sbraitando, se ne uscì. Ma corse a gettar fuoco e fiamme nella retrobottega del povero Ferrante, ch’era l’uomo più paziente del mondo.

In quella retrobottega erano successe varie cose, da quando Arrigo non vi abitava più.

L’occhialaio s’era di molto invecchiato, ed a forza di montar lenti per gli occhi altrui s’era fatto miope a sua volta. Chi faceva prosperare il negozio era piuttosto il figlio Paolo, un buon ragazzo, modesto, economo e mediocre. La figlia maggiore, Luisa, s’era maritata col suo droghiere benestante; aveva già un figlio ed era incinta d’un secondo. Era divenuta grassa oltre il prevedibile; viveva solo per le cure della sua famiglia nuova.

Ma invece la minore, Anna Laura, Loretta, era il grattacapo dei due vecchi genitori. S’era fatta più che mai bellina, d’una bellezza un po’ sfacciata e provocante; si profumava, s’incipriava, si vestiva di fronzoli, civettava, cicaleggiava, era vispa, furba e graziosa come un furetto.

Di sposarsi, lei, non ne voleva sapere; quanti partiti le capitavano, tanti ne mandava in fumo. Aveva, per quella mediocre vita plebea, lo stesso odio che il fratello Arrigo, e ad ogni scena che le facevan i genitori minacciava di andarsene come lui, per vivere alla ventura.

Liberatosi a quel modo del Riotti, Arrigo ebbe una sera la curiosità di rivedere i parenti e sapere qual effetto avesse prodotta in famiglia la sua dichiarazione esplicita in merito al fidanzamento.