— Questo sempre, — gli rispose il padre. — Ma ci stai così poco tu, che deve parerti una casa di forestieri.
La domestica, tutta rossa per la visita del signor Arrigo, portava in tavola un piattone grande, su cui c’eran manzo lessato e certe costolette di maiale che ancor scricchiolavan nel burro in cui s’eran cotte. In mezzo torreggiava un gran mucchio di patate, messe male, ma appetitose. Giovanna, la serva goffa e timida, borbottava che, se l’avessero avvertita prima di quella visita, avrebbe fatto andare un pollo.
Ad Arrigo diedero i pezzi migliori, gli empirono tre o quattro volte il piatto, ed egli mangiò, mangiò con una fame inconsueta, fino ad esserne obeso. Il gagliardo suo stomaco plebeo si rifocillava di quella sana ed onesta cucina, quasi per rivalersi dei costosi manicaretti, ch’eran talvolta troppo lievi alla robustezza della sua fame.
E intanto che mangiava quella carne bollita su la brage del suo focolare, qualcosa tuttavia gli si rimescolava dentro dell’antica origine, un sentimento incerto fra l’affetto ed il benessere, fra la buona digestione e la tenerezza filiale, fra la gioia del sentirsi il ventre pieno ed il piacere di potersi abbandonare malamente, come il suo padre, su la seggiola robusta, e poggiare, se gli piacesse, i gomiti su la tavola, e molestarsi a lungo i denti con uno stecco, ed eruttare, se gli piacesse, il troppo fiato che aveva nel corpo satollo, e sentirsi con placidità salire alle guancie quella vampa dilettosa che dà il buon vino e la buona vivanda, nell’ora fra tutte più bestiale e più umana in cui l’alimento sta per tramutarsi in sangue, distribuendo per ogni vena la sua fertile sostanza di vita.
Sentì allora l’impaccio del solino troppo alto, sbottonò la sottoveste che gli molestava il ventre, e per un attimo si ritrovò con piacere ad essere il figlio dell’occhialaio, il fratello di quel selvatico Paolo, che ora, nella sua stessa positura, gli somigliava singolarmente. E parlò, e parlò, narrando molti casi della sua vita, che scorreva nei saloni eleganti, fra le signore anemiche, dal profumo che dà l’emicrania, fra i giovani cicisbei a’ quali si sentiva di poter con un pugno fiaccare le reni; parlò con quella ironia piena di sale con cui l’uomo plebeo narra dell’aristocratico, e per un momento gli piacque d’essere nella sua famiglia, nella retrobottega rinnegata, fra gli odori della cucina, e vedendo per una scostatura della tenda scintillar gli occhiali nella mostra illuminata.
Ma questo non potè durare che il tempo della prima digestione; poi tornò ad essere l’estraneo, che in fondo si vergognava della sua casa. Il padre, la madre, quel dissimile fratello, non lo interessarono più.
Ora, chi attraeva la sua pertinace attenzione era Loretta; Loretta che aveva mangiato poco, ch’era in camicetta di seta, con i capelli a riccioli e l’unghie pulite, che sapeva di cipria fina e portava le scarpette a punta, scollate, sotto una caviglia estremamente sottile.
La tovaglia macchiata, quella zuppiera e que’ tondi vuoti, ch’erano rimasti lì, sopra una credenza, quell’odore di tabacco ordinario che spandeva intorno la pipa del padre, finirono con dargli ai nervi, ricacciandogli addosso d’un colpo tutta la vergogna d’esser impresso anch’egli dal marchio plebeo di quella umile gente. Guardò l’ora:
— Le otto e mezzo, — fece. — Mi vado a mettere l’abito nero perchè sono atteso a teatro.
— Cosa vai a sentire? — domandò il padre.