Così è: quando le città pingui e dilettevoli han saturata la fame che le tormenta, curiose guardano verso i teatri, dove nel canto e nella declamazione l'imperitura famiglia istrionica tesse con artifizio la simulazione di quella commedia sincera e forte che si chiama la vita. Le città sono a quest'ora bambine facili al riso, facili al pianto, che un nulla può commuovere, un nulla divertire. A quest'ora la musica, profumo della vita, diventa necessaria come un afrodisiaco lene, che tutti, anche le fanciulle, si possano impunemente concedere; a quest'ora il dramma la tragedia la commedia, che sono parodie della vita come gli acrobatismi del funambolo e dell'atleta, incurvano le città attente sovra una piccola scena tappezzata di carta pesta, e dove la luna il sole i tramonti sono il giuoco semplice d'una buona lanterna magica. E le città si ascoltano dire da quella scena larga pochi metri, in un linguaggio approssimativo, tutte le parole selvagge o brutali, che là fuori, a cielo aperto batton nel lor cuore veemente, pulsano libere inafferrabili nella loro poderosa immensità. È un gioco il teatro, un gioco simile molto al libro, ma più puerile ancora, più divertente ancora, per la ragione che il dolce, il poetico, il riposante nella vita delle città, si è d'essere appunto come bambine, cioè di possedere un'anima che veda non il terribile del mondo, non la forza e la strage della necessaria vita, non quel riso micidiale che soffia dagli oceani del pensiero, ma il piccolo dramma di fantocci che intenerisce con spontaneità, la piccola burla di parole che allarga la bocca e facilita la digestione...
Sicuro, io vi parlo non per altro che per dar tempo alla mia bella Dama di vestire l'undecima sua veste, e faccio un po' di teatro in questo momento anch'io, un po' di libro, se volete, un poco di parole insomma, per farvi passare senza che ve n'accorgiate un quarto d'ora di tempo, attesochè lo scopo della parola non è mai di «creare» bensì di «far passare» un pensiero.
La vita ineluttabile cammina da sè contro quel maraviglioso edificio di parole, (certo il più bell'edificio che l'uomo costrusse), e che appunto si chiama teatro, libro, metafisica, religione, filosofia... l'urta e non lo rovescia, anzi vi passa traverso, per la buona ragione che questo edificio miracoloso, al di fuori è fatto d'aria, e dentro è vuoto...
Sono un po' scettico, voi dite?... Sì, me ne accorgo infatti, e fischiatemi!... quantunque io non faccia che ripetere con fedeltà le parole che mal mi presceglie questo enigmatico Suggeritore.
Senonchè la Nuvola s'alza, e rivedrete Colei che fa comprendere la bellezza del teatro, la musica delle parole!»
Infatti la scena rappresenta un teatro; si vede una fila di palchi, e per iscorcio, la ribalta. Vagamente laggiù cresce un giardino, piovono foglie rosse tra l'autunno degli alberi trasparenti, una reggia guarda con finestre balenanti la sua fontana polverosa: due voci cantano l'Amore, favola di tutte le musiche, musica di tutte l'età.
Nella fila dei palchi, uno splende così forte che sembran convergere ne' suoi specchi tutti i lampadarii del teatro; vi siede in piena gloria la Dama di Luce, bellissima etèra Meridiana; il profumo del suo ventaglio bianco muove delizia intorno a quelli che sono con lei. V'entra pure il Cavalier Damo, poichè il palco illusorio è posto in modo che sia quasi a confino con la ribalta vera.
Da tutto il teatro illusorio si appuntano i canocchiali verso di lei; grandissima è l'inquietudine di quella sala, dove lo spettacolo assai poco si ascolta perchè il guardarla è più bello che udir cantare, come l'essere da lei guardati è maggiore dolcezza che perdersi nella sinfonia.
Sono venuti a visitarla signori d'alto lignaggio e tutte le più cospicue persone che per ricchezza o per ingegno godano rinomanza nella Città; vengono ed escono per dar luogo ai sopravvenuti. Ma uno vi rimane assiduo, non di parapetto ma presso lei, quasi nascostamente, per sottrarsi alla curiosità importuna che il solo mormorio del suo nome fa nascere per il teatro. È uno scrittore magnifico e nominato per l'orbe, uno di quegli uomini che morendo invidieranno solo sè stessi. Ed egli ammira la veste gloriosa della etèra Meridiana, poi la corteggia mansuetamente.
Or questa veste brucia come fosse un rogo di luce bianca od avesse nelle trame del suo tessuto quel brillare che fa la polvere d'una fontana traverso un raggio di sole. Volerne descrivere il disegno sarebbe troppo difficil cosa, poichè la veste non è che lei stessa ed ella medesima è tutt'una con lo splendore dell'abito che porta. Ella non fece che vestire il suo corpo d'un involucro bianco e fu bella di tutto quell'artificio che può radunare la semplicità; il vestito le si accompagnò alle membra come una musica va insieme con la parola cantata. Ella non deve ora più niente all'artefice della sua veste, perchè l'immagine d'una simil veste nacque all'artefice da lei; questi vi mise dentro la sua bellezza in pensiero, ma nessuno avrebbe mai conosciuto il sogno dell'artefice se la involontaria bellezza di lei non fosse nata nel colore di quel bianco, nel drappeggio di quella seta morta come una viva necessità.