Ma se d'improvviso, quando siete soli del tutto, lo specchio vi rimandi la vostra immagine pressochè inavveduta, voi Maschere, senza riconoscervi, per un primo istinto la troverete brutta.
Se non vi garba il mio specchio, rompetelo in frantumi!
Vi regalerò adunque uno specillo da chirurgo, per cercare nelle vostre ferite quella invidia piccola o grande, forse non complessiva ma parziale, che sempre l'uomo porta in sè d'un altr'uomo, quand'anche alle volte, o magari sovente, quel medesimo che fa invidia molto inferiore gli sia.
Vi darò inoltre una pietra magica per allontanare dal vostro animo, quando siete nel compiere una qualsiasi cosa, la convinzione illecita ma fondamentale che un altro possa compierla meglio di voi. Così del paro allontana, questa pietra magica, il dubbio sottile ma invincibile che tormenta sempre l'uomo su la purità e su la forza dei proprii sentimenti.
Maschere, avete mai creduto nell'amore «degli altri» per «gli altri»? — Mi risponderete: Sì.
Maschere, avete mai fatto a voi stesse la domanda: — È proprio un «vero» amore il «mio amore»? un «vero» sacrificio il «mio sacrificio»? — Mi risponderete ancora: Sì.
Ebbene, la pietra magica sfata l'irrisione sorda, l'ambigua inimicizia, l'antipatia singolare che ogni uomo professa, in modo forse inavvertibile, contro il proprio io.
Dunque: uno specchio, uno specillo, una pietra magica. Ma voglio farvi ancora un dono... il corno acustico «per capire il riso», non il riso degli altri, ma quel riso ch'è in noi.
Per la mia prodigalità folle, dovrete certo suppormi un ben dovizioso Cavaliere... Affatto, affatto, Maschere! povero sono come Giobbe; senonchè Giobbe era una lumaca, laddove io sono
il Cavaliere dello Spirito Santo!