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(Dice il Compare:
«Ahimè, sciagurato! Il Nobile Uditorio protesta! Come potete voi prediligere canzoni così puerili ed innocenti! Non vedete che la platea si sbellica dalle risa e fa mille divagazioni sul vostro conto?... Lo sdegno è grande per la vostra insulsaggine! così grande che la Commedia pericola di finire tra un diavolìo di fischi! Sciagurato! Non vedete che per ischerno vi si lanciano fiori? O forse ch'io m'inganno?... Cos'è mai questo? Veh! Un ramo di giglio! Solamente un ramo di giglio. Mistero!...
Dame Compiute, Nobili Uomini, ditemi verbigrazia quale fu la irata e casta mano avventatrice del giglio?!...»
Dalla platea risponde la voce apocalittica d'un uomo assai più tetro che la morte, il quale si leva in piedi e guata.
«Fu la mia! —
«Chi voi siete, verbigrazia, o grande magnanimo sconosciuto?»
«Io sono il Presidente-Apostolo d'una Lega di Pubblica Moralità, e vi ammonisco di cessare una Commedia, la quale da capo a fondo vitupera il buon costume!»
Grande brivido nel Teatro; alcune signore sbigottite per la voce profetica si fanno il segno della Croce. Un silenzio grande come l'attesa d'un miracolo invade la sala. Dice il Compare:
— «O poveri noi, che sciagura! E proprio quando mancano poche battute! Cadremo sotto i fischi per la colpa di questo giovinetto scellerato, il quale non seppe scegliere una canzone meno invereconda che la Vispa Teresa! O poveri noi, che mala sorte! per uno scemerello dolce dolce... ahimè troppo dolce! Che fare? Che scegliere? O magnanimo Presidente, ritto nel mezzo della platea come il Fato greco in una tragedia di Sofocle, vogliate non incrudelire su tutta una povera famiglia di comici che domani vedrà il suo teatro deserto, se pure non se ne mischino i tribunali! Venite voi stesso a diffondere dalla ribalta una parola che riscatti, e mondi l'aria troppo sonora di vituperio!... Deh, o lanciatore del ramo di giglio, salite quassù come ad un pergamo, venite celestialmente, o purissimo, ad implorare il perdono sopra di noi!»