Sì, damigella, gli è ben vero. E ci occupiamo sovratutto di quelle parole che le non servono più. Oh, siamo d'una pedantezza, d'una pedantuzzeria mirabile, damigella garbata mia! Poichè, delle fresche voci novelle, faccia il buon popolo quel ch'esso gli garba, (il popolo di Toscana, s'intende!) — ma le viete le diserte le desuete le rugginose le anticose le morte, cotestesse le vanno ben riscelte al vaglio, poi rimonde, poi coltivate, come conviensi a cosa vaghetta ch'ebbe nel tempo andato fiorimento e gioventù; di quindi per infino chiovate a custodia perpetua dentro quell'orrevole museo possente, lo quale avrem donato in piue a la gentile Italia nostra, Fiorenza.
No, parliamoci alla lombarda, vagherella mia; faccio il Cruscante, ma per ridere; abbiamo avuta inverosì l'ottima idea di costruire un vocabolario della lingua di mill'anni, con dinanzi un bello e forte giogo perchè ogni compratore se lo porti a casa trascinato da una coppia di buoi... ma tutto questo fue per celia!
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(Quivi, un lungo e ripetuto vagire di fantolino sveglia l'istinto materno della Comare, bellissima etèra Meridiana, la qual sorge dai tappeti e vede infatti per gli sfondi aurorali della scena traversare una levatrice d'infanti che reca un pargolo su le braccia; e vuol chiamarla, ma d'improvviso un buio come di tramonto rannuvola gli sfondi e giunge tetro dall'orchestra il canto funebre dei becchini.)
La levatrice:
Mi tormenta un dubbio amletiano: — servo io dunque per esprimere o per sopprimere quelle seccature che possono talvolta chiamarsi neonati?...
Entra il Coro dei Becchini:
(Nell'Orchestra in sordina la messa da morto.)
Noi siamo vestiti di nero, ma il nostro spirito è gaio!
De profundis... De profundis...