Personaggi della Commedia, Maschere in cerca del carnovale per la terra distante, non avete forse ancor voi «una morta che vi dorme nel cuore come la bella nel bosco addormentata?»
Cercatela e datele fiori, ch'ella dev'essere in voi, perchè nessuno può viverne senza, come senza di lei non vive
il Cavaliere dello Spirito Santo.
Vale nec parce, spectator!
Pausa.
Tra la fiamma degli Archi
nereggia sparendo il suo mantello
buio.
***
(Quivi, riaccesi gli archi elettrici, vedesi che la scena rappresenta un serraglio di bestie feroci durante la rappresentazione di gala, in una di quelle fiere suburbane che il nobil fiore della città per tradizione ama di visitare. Così, rimpetto al gabbione centrale tutto inghirlandato di lampadine elettriche, sta raccolto un pubblico assai raffinato e ciarliero: giovini ufficiali e giovini di mondo con le loro amanti, signorine con istitutrici, dame in crocchio ed operosi cavalieri che le salvaguardano in quei paraggi fuor di mano dalle insidie molteplici dei contatti plebei. Su l'impalcature a tribuna dei secondi e terzi posti fa ressa un gran popolo che svillaneggia le dolci fiere sbadiglianti nelle lor gabbie anguste. Una maledetta orchestra di flauti e tromboni fa più male ai timpani che la risata malvagia del giaguaro, il pianto canino dello sciacallo ed il singhiozzo famelico della iena, mentre il banditore che su l'ingresso fa sbertucciare una scimmia, grida con iraconda raucedine che lo spettacolo incomincia! Un bambino, che ha l'imprudenza d'allungare la mano verso le barre contro le quali sonnecchia un leone accidentato e polveroso, vien redarguito con una burrasca di «teufel! teufel!» da una specie di bestiario alemanno che porta un mezzo camicione blu e va rovistando le gabbie con un lungo arnese di ferro terminato a bidente; tutta la scala cromatica delle bestemmie ferine lo accompagna man mano ch'egli s'avanza di tana in tana. L'orso passeggia nel corridoio a braccetto del suo custode, si dondola e guarda le belle donne; la zebra mangia nel palmo d'un sergente di cavalleria; il canguro batte le sue manine facendo un salto avanti un altro indietro, per la tirannia dello spazio; l'elefante ha un grande successo personale con la furberia della sua proboscide; il gabbione delle scimmie attira il maggior numero di curiosi, forse per la speranza inconfessabile di vederle abbandonarsi ad alcuna delle loro preferite oscenità.
Ma quasi più che le prodezze o gli stiracchiamenti dei feroci animali, occupa di curiosità il pubblico la straordinaria eleganza della Comare, bellissima etèra Meridiana, che pare a bella posta essersi adornata di tutto quanto il regno animale fornisce con rassegnazione alla civetteria della donna. Piume d'uccellini microscopici che in duecento non fanno un pennacchio, pelurie di sott'ala strappate vive ai marabù perchè sien più soffici, oppure quella pelliccia della doppia morte che fa uccidere la madre onusta con il suo pargolo non nato, affinchè la pelle che non vide il sole possieda la tenuità d'una carta velina e di pelo sia così docile che sembri temere un soffio.
Questo costoso e molle «breitschwanz», pelliccia della doppia morte, raso dell'agnelletto di Siberia, che traluce e svaria da sè, pieno d'iridi e pieno di fiori simili nel disegno a quelli che fa il gelo su le vetrate, questo è il mantello che trascina sopra una rude scranna da serraglio la bellissima etèra Meridiana, lasciando che ne piova sino a mezzo il dorso un collo d'ermellino così dovizioso e nitido che sarebbe impossibile non guardare a lei, per quanto spalanchino fauci sanguigne le splenetiche pantere.
Una pioggia di paradisi le rabbuia la nuca, tenuti fermi nel feltro del cappello da fibbie in filigrana di diamanti; i suoi stivaletti a bottoniera han l'asole cucite con filo d'argento e i bottoni son diaspri o topazî varianti che accompagnano il colore pressochè indicibile del cuoio, del cuoio ch'è fatto come d'una composizione di materie soavi, nelle quali entrino a far parte viole di Parma e rose tea, quel viola e quel giallo dell'indaco sciupato e dell'oro spento.