di quell'asino perfetto

che, per farla a Fra Culagna,

ritornò dalla montagna

con le pive nel fagotto.

Già; noi siamo divenuti celebri per quella spedizione mal fortunata che ci fece ritornare con lo scorno della pifferata su la montagna. Prendersi gabbo del prossimo non è facile impresa quando gli strumenti per concertare il pezzo d'opera si chiamino pive. Un piffero di montagna è quel desso che volle fare agli altri ciò che gli altri tentano senza tregua di poter fare a lui; solo ebbe il torto immoralissimo di peccare nella riuscita. In questo bel mondo caritatevole dove ognuno può leggere tanti onesti libri che lodano la probità, spalancar la bocca davanti alle parabole dei declamatori che flagellano il vizio, scolpirsi nella mente a lettere d'oro le insegne apocalittiche di tutte le vetrine, il piffero di montagna è colui che da uno spillo invisibile si lasciò bucare la sua turgida sampogna. Il pubblico si beffa di noi chiamandoci scornati, laddove non fummo che gente in rotta con la fortuna; il pubblico ride volentieri del nome che fa ridere, mentre del fatto in sè men che niente si cura. Noi siamo dunque le vittime del portare un nome grottesco, malanno che a molti cápita per accrescere i lor guai.

Se i Pifferi di montagna potessero di punto in bianco mutare il loro nome lacrimevole con quello non privo di somiglianze dei Trombettieri di Waterloo, ecco i derisori abbrunarsi di lutto e salutare i Pifferi come sciagurati eroi.

Nel nome che si porta è la metà dell'uomo... il resto, signori della platea, è la fortuna o la disgrazia che fa.

Con le pive nel fagotto

ritornò dalla montagna

quei che volle a Fra Culagna