E incominciava, sul logoro violino, standovi sopra quasi convulso, ad eseguire una Canzone; la sola che rammentasse fra le musiche un tempo a lui familiari, unica melodia sopravvissuta nella sua morte interiore.
Così pareva che dicesse la sua tetra Canzone:
«Io sono il funerale d'un pover'uomo, — che è morto di malinconia;
«non c'è nessuno che dica un requiem per l'anima mia...
«Non c'è nessuno che mi tessa — una ghirlanda con le sue mani...
«Ahimè!... la campana del Tempo — non dice che «ieri» e «domani».
«Allor domando al mio scheletro: — Sai dirmi dove si va?
«Lo scheletro ride e risponde: — Lontano, lontano, chissà...
«Io sono un viandante senza lena, che torno da un regno di morti, portando il mio scheletro su la schiena;
«coi piedi mi batte i ginocchi, — mi stringe il collo con le mani:
«Cammina!... — mi dice ridendo, — la vita comincia domani.»
«Io sono il funerale d'un pover'uomo, — che è morto di nevrastenia;
«non c'è nessuno che mi pianga: neanche l'anima mia...
[pg!9]
«Allor domando al mio scheletro: — Sai dirmi dove si va?
«Risponde: — Nel regno dei vivi, che ha nome l'inutilità.»
«Io sono il fiume senza sorgente, che scorro solo per confondermi nel mare, nel mare, inutilmente...
«Se corri, — mi dice, — si arriva stasera o domani mattina...
«Mi dice: — Tu amavi una morta... cammina, cammina, cammina!
«— Sei stato a una festa da ballo, — mi dice, — con lei che ballava
«leggera, frusciante, leggera, — vestita, pareva, di biondo...
«Perchè, — se non vuoi che ti picchi, — mi hai fatto ballare nel mondo?
«Io sono il funerale d'un pover'uomo, che è morto di misantropia...
«— Sei stato in un letto, odoroso, — con lei che giaceva supina,
«tremante, sperduta, tremante, — nel solco del letto profondo...
«Perchè, — se non vuoi che ti picchi, — mi hai fatto tremare nel mondo?
«Io sono un viandante senza meta, che torno da un regno di morti, — e vado a cercare altri morti, che sono i miei figli lontani...
«Cammina: la vita comincia
domani, domani, domani...
[pg!10] Così diceva, o pareva dicesse, la Canzone Disperata sul violino singhiozzante dello scemo.
— E tu, Marcuccio, che fai? — domandò il padre, dopo averlo guardato lungamente. Marcuccio, infastidito levò il capo dal quaderno con un riso attonito.
— Ah!... ah!... buon giorno babbo; che vuoi da me?
Parlava con una voce opaca, lenta, come se facesse uno sforzo mentale per trovare le frasi necessarie; nel parlare non variava mai tono, cuciva insieme le sillabe senza inflettere la voce, senza mutare lo sguardo vitreo.
— Che vuoi da me? Non si può mai aver pace in questa casa! Mi si disturba. Ed io non posso perder tempo. Il professore Andrea Ferento mi ha domandato i miei manoscritti per farli pubblicare in città.