— E tu, Marcuccio, che fai?

— Mio fratello è molto occupato! Non lo disturbare.

— Vespa!... — le gridò il padre, con un gesto come per iscacciarla.

— Ora Marcuccio ne ha trovata una fresca, — riprese Maria Dora. Ogni volta che vede Novella, si mette a ridere e le canticchia sottovoce: Ti ricordi? ti ricordi, sorelluccia, com'erano belle le margherite? — Cosa voglia poi dire, Dio lo sa!

Papà Stefano scosse il capo con maggiore tristezza e volse uno sguardo compassionevole sopra il suo figlio scemo.

Era giovinetto, nel pieno vigore dell'adolescenza, ricco di mirabile ingegno, dedito a studî profondi, appassionato cultore di lettere, musicista oltremodo virtuoso, quando una malattia cerebrale, repentina e violenta, lo ridusse in fin di vita. Guaritone, quasi per un triste prodigio, dell'antico intelletto non gli restò che un barlume fioco, fra le tenebre dell'idiozia.

[pg!7] Or camminava solitario, di camera in camera, nella casa paterna, sempre operoso ed inquieto, come se non potesse rubare un attimo alle urgenti sue fatiche. Era d'alta statura, un po' sbilenco, e gli pesava sopra le spalle cadenti un enorme cranio rotondo, coperto d'una specie di vello rossastro, qua folto e là rado, che lasciava intorno ai padiglioni dell'orecchie un cerchio di calvizie lucente. Atona e d'un color terreo la faccia imberbe, con occhi rotondi, senza ciglia, un po' gonfi, un po' malvagi, aveva la bocca larga, tumida, che per lo più rideva, d'un riso privo di giocondità, discorde come la nota falsa d'uno strumento logorato.

Gli era nella sua demenza rimasto quel desiderio di gloria che accende alle grandi opere gli intelletti sani, e si reputava per uomo illustre, invaso com'era da una mania di celebrità.

Filosofo pensatore, poeta, affastellava senza requie l'una su l'altra grandi pagine cariche di stramberie: aveva nel suo stato demente conservata la mania del capolavoro. Poi, quando il suo cervello era stanco di questa operosa fatica, trattosi da una tasca del suo giubbone il gomitolo di lana, cominciava con una pazienza da monaca ad intrecciare il punto a calza. E ne faceva di lunghe striscie, interminabili, disuguali, come se in quella ruvida lana tessuta raccontasse una storia di sè, una lunga storia tormentosa ed inutile, senza principio e senza fine, per gli ebeti come lui...

Talvolta, nell'ore di maggior lucentezza, quando una fiamma di lirismo traversava il suo povero spirito rabbuiato, o quando più forte pulsavan nella sua carne d'adolescente l'arterie della vita, quando inconsciamente vedeva succedere intorno a sè qualcosa d'insolito, e gli altri o goderne o soffrirne, allora una memoria lontana delle sue musiche dimenticate gli si ridestava nell'attonito cuore, nel vacuo cervello, come se la sola voce che potesse ancor metterlo in comunione con le cose fuggenti, con l'enigma dell'anime altrui, fosse la [pg!8] parola musicata, il trillo della corda sonora, la nota limpida che gli sgorgava sotto l'archetto, che si rompeva bruscamente in una sciocca risata...