L'altro si curvò, si radunò in sè stesso, come un aggredito che sta per raccogliere tutte le sue forze in una disperata difesa, poi, dibattuto fra la verità inconfessabile e la menzogna insostenibile, si ritrasse meccanicamente nell'alta ombra che l'armadio propagava dal muro, e muto vi stette, guardando fissamente terra, in attesa della parola che li avrebbe separati per sempre.
— Hai paura di me, o mi odii? — Giorgio gli domandò, ergendosi a fatica sui bracciuoli della poltrona.
[pg!104] E poichè l'altro taceva, lo incalzò: — Non puoi rispondermi? Non vuoi che ci si guardi a viso aperto? I tuoi occhi, una volta, sapevano fissare!
V'era nella sua voce un sarcasmo, anzi una sfida manifesta, contro la quale, di colpo, l'avversario si raddrizzò. L'uomo che non s'era mai piegato, che non aveva mai temuto, comprese di doversi avventare contr'essa, come soleva, nel mezzo di tutti i pericoli, con spavalderia.
— Fra noi, — rispose, — mi pareva migliore il silenzio.
La sua voce non aveva alcun tremito: fu dura, fredda, lucida come una lama ben affilata. Con più dolcezza, quasi con affetto, l'altro ripetè la domanda:
— Hai paura o mi odii?
— Nè una cosa nè l'altra, Giorgio.
— E allora?
— Sento la distanza insormontabile che ci divide, sento che siamo ridotti ad essere due semplici automi l'uno di fronte all'altro, e che parole, fra noi, non ci devon più essere.