Quando Andrea Ferento ebbe raccolta la siringa, [pg!120] cadutagli a terra nella fretta di sorreggere lo svenuto, quando l'ebbe lavata e rasciugata, ne staccò l'ago sottile, prese un panno e si mise a strofinarlo. Ogni tanto lo provava su l'unghia, quasi per accertarsi che la punta non si fosse rotta. Poi lo esaminò da presso, contro il lume, strizzando l'occhio, e lo mischiò in un mazzo di aghi simili, più grossi e più minuti, ch'erano involti in una carta velina, e li racchiuse dentro una scatola. Riordinò le boccette nell'armadio, avendole tappate con la maggior cautela, poi si volse tranquillo, come se avesse condotto a termine un suo lavoro consueto, e macchinalmente guardò l'ora.

Era di poco trascorsa la mezzanotte; ma egli forse non vide le sfere.

Allora fece automaticamente un giro intorno alla camera, quasi radendo la parete: si fermò presso la finestra, affondò nei buio lo sguardo vacuo, poi retrocesse verso il mezzo della stanza, dov'era coricato il fantoccio tragico nella poltrona profonda, e, fermo in una specie d'insensibilità, rimase a guardarlo.

Respirava: il suo respiro era visibile, tuttavia meno forte.

Guardò l'ora un'altra volta, quasi contasse i minuti che ritardavano la morte.

Un rombo, lontano, vicino, gli saliva nel cervello impedendogli di pensare. Allora poggiò l'orecchio sul cuore del fantoccio e pronunziò queste due sillabe distintamente:

— Batte.

Gli raccolse le due mani che penzolavano; il contatto della sua pelle gli dette una sensazione molesta, sicchè gli parve miglior cosa lasciarlo stare. Le due mani ricaddero su le cosce, facendo un rumor soffice come se fossero inguantate, e più non si mossero.

Nel suo cervello, qualcuno, forse una voce estranea, pronunziò questa parola quietamente: «La bara.»

Egli da prima cominciò a pensarne il solo nome, [pg!121] poi vide la forma della cassa di legno, infine si rese conto che c'era un morto, una lunga forma stecchita, trasudante un lezzo nauseabondo, che bisognava stendere là dentro, nella cassa di legno, nella bara.