Morti, egli ne aveva ormai veduti un gran numero; e cominciò a ricordarsi dei tanti cadaveri che aveva toccati con la sua mano ferma, sezionati con la sua mano veloce, e rivide certe fisionomie particolari, delle quali si rammentava in quell'attimo con una precisione sorprendente.

A lui, medico, il cadavere non faceva paura; negli ospedali e nelle cliniche s'era avvezzo a parlar forte, a ridere qualche volta vicino ai morti. Ma ora gli sembrò inconsueto, strano, fin questo nome di cadavere; gli parve per la prima volta che morire volesse dire qualcosa più che rimanere immobili e freddi.

Siccome l'uomo spento gli era quasi familiare, concepì mentalmente l'orrore della carogna, poichè gli era occorso di vederne assai meno. E per una di quelle astrazioni del pensiero che talvolta ci avvincono quando siamo fortemente presi dal senso d'un'angoscia non ancor bene determinata, gli passò negli occhi l'immagine di un povero cavalluccio che aveva una volta veduto, quando era studente ancora, nel visitare una scuola veterinaria.

Era un cavalluccio sardegnolo, decrepito, che d'animale vivente non conservava più se non una parvenza macabra e grottesca. Era stato venduto forse da un carrettiere per il valore della sua pelle, perchè, nemmeno a forza di bastonate, non si poteva più mandarlo innanzi d'un passo. La Scuola lo aveva destinato ad un ufficio non comune: quello di servir da paziente in tutte le operazioni che convenisse mostrare praticamente agli allievi veterinari. Su la sua povera pelle, scucita e ricucita chissà mai quante volte, avevan provato e riprovato per ogni verso tutte le operazioni che l'arte chirurgica insegna. Per quel po' di paglia e di fieno che gli davano di tempo in tempo, durante le sue [pg!122] convalescenze, gli avevan aperto il ventre, fessa la gola, semiaccecati gli occhi, recisi i tendini, sforacchiate le spalle, passandovi dentro certi lunghi tubi che parevan aghi da calza infitti in un gomitolo di stoppa. Ad operazione finita, lo ricucivan su alla bell'e meglio, poi lo cacciavano a guarire davanti una mangiatoia semivuota.

Camminava come se avesse le quattro zampe di caucciù, e nell'andare dalla sala operatoria fino alla stalla cadeva tre o quattro volte su le ginocchia insensibili...

Proprio quel giorno ch'egli lo vide, nel mezzo d'un'operazione il cavalluccio morì. E per tutta la sua vita egli non aveva potuto scordar l'orrore di quella povera piccola carogna, su la quale i veterinari armati di bisturi sanguinanti s'erano messi a ridere.

Ora lo rivide, in un lampo fugace, quel decrepito cavalluccio sardegnolo, rappezzato come un mantello da mendicante, ch'era morto legato, senza poter tirare un calcio, rovesciando appena le froge violastre su la dentatura gialla.

Ascoltò.

Respirava; il suo respiro era visibile, ma fioco.

La pelle del viso mutava colore, schiarandosi; la bocca si faceva un po' tumida, gli occhi si enfiavano, benchè serrati.