— Giorgio...

Egli si provò a profferire il suo nome; non lo disse, ma gli parve di averlo detto: «Giorgio». Questo nome era stato una cosa enorme nella vastità interiore del suo mondo; ma ora pareva un nome strano, stridente, una parola quasi anormale, vuota come una caverna.

Gli sembrava che fosse decorso un tempo immemorabile dal principio di quella sera.

«Che volete? che volete?... Sì, l'ho ucciso!» — gridava, urlava a' suoi giudici invisibili, ma con la sola voce del suo spirito, — mentre in verità gli pareva di gridare. Nel suo dualismo interiore si ricordava [pg!123] di averlo ammazzato, e non sapeva se fosse morto; provava uno strazio spaventoso, ed era tranquillo come un ebete; aveva la sensazione illusoria di essere davanti alla stessa persona, che fosse viva e morta nel medesimo tempo.

«Sì, l'ho ucciso; io! Sì, vedete: con questa mano; io, con questa mano; io!» Era immoto, e gli pareva di agitarsi, di urlare, scagliando il pugno contro un'assemblea di avversari, contro un comizio di giudici che l'accerchiassero da ogni parte.

«Fratello, rispondi per me! Lévati e rispondi: — Non era questo il mio diritto?»

Intanto, nel suo dualismo interiore, l'altra parte di lui spiava minutamente i segni della morte.

«Fratello, rispondi, rispondi!...»

Poi gli parve che la casa si destasse, e tutti accorressero, balzati fuori dai letti sconvolti, le donne, gli uomini, scapigliati, e dietro l'uscio gridassero: «Apri! apri! vogliamo vederlo innanzi che sia morto... Apri!» E lo scemo, fra loro, in una camicia da notte che lo faceva sembrare uno spettro, la guancia poggiata contro il violino, suonava con furia, con strazio, finchè le corde saltassero, la Canzone Disperata...

Erano fuori dalla porta in gruppo, accaniti; squassavano l'uscio, gridando: «Apri!»