E gli pareva che mai più, mai più farebbe tutto questo, mai più godrebbe di queste inebbrianti gioie, perchè in quella notte, nel carcere di quelle quattro pareti, era accaduto qualcosa di enorme, qualcosa di finale, che soverchiava tutte l'altre possibilità.
[pg!125] «Sei morto? No, non sei morto? — Allora non puoi rispondere?... Sì? mi puoi rispondere? — Che dici? — Ah, che t'uccida? — Ma se già t'ho ucciso? — No? non dici questo?... Allora che dici?... Parla più forte; così non mi riesce d'intendere. Ah... sei tu?... Ma chi sei?...
E l'altr'uomo, il medico, toccava quella fronte già un po' fredda. «No, no... ucciderti non posso! Lo vedi bene che non posso. — Cos'hai detto? Un veleno? Ripeti; non hai detto un veleno?... Ma che lingua parli? Cos'è questo nome che dici continuamente?... — Ah, sì... Novella! — Ma perchè parli a quel modo, come se avessi la bocca piena d'acqua? Novella, hai detto?... Sì, sì...»
E vide la sua faccia bella, null'altro che l'immagine della sua faccia bella, non direttamente, ma quasi rifranta in uno specchio, e lontana, perchè lo specchio stava lontano, e nebulosa, perchè l'aria per dove si mirava era un po' fosca. La vide con i suoi capelli disfatti, così lunghi e folti che la cornice dello specchio non tutti li conteneva, e gli sembrò di volerla guardare negli occhi senza potervi riuscire. Tutte le volte ch'egli cercava d'incontrare le sue pupille, quegli occhi sfuggivano, lo specchio andava sempre più lontano, finiva in un'albore, in una striscia, in un punto...
Rimase un nome, un solo nome, vuoto anch'esso come una caverna, pauroso come un incubo: «Novella...»
E l'altr'uomo, il medico, gli toccava il polso quasi fermo, il polso ch'era divenuto greve.
«Ma io non ho paura! nessunissima paura! Sono libero! Cammino, se voglio; se voglio, rido! — È notte. — Ebbene, se è notte, che fa? — Sono leggero, mi sento agile: posso andarmene dove mi piace! — Fa buio. — Che importa? Domattina si leverà il sole; un bel disco rosso, arroventato come la bocca d'un forno. — Questo è il sole: un bel disco rosso che mi piace assai di vedere.»
[pg!126] Il fantoccio si svitò un'altra volta, e questa volta parve che avesse una cerniera proprio nella schiena e che alcuno gli avesse dato un pugno proprio su la nuca, un pugno che tutto lo percosse. Le braccia, con i pugni serrati, si tesero verso le ginocchia, i due piedi s'allungarono quasi per dare un calcio nel vuoto, il ventre si piegò sotto le costole come un mantice vuoto, e trafitto nel fianco da una specie di pugnalata ultima, tutto il corpo ciondolò da quella parte: il mento gli si confisse obliquo contro la sommità del petto.
Pareva che il burattinaio avesse dato uno strappo così forte da rompere tutti i fili, — e i fili, schiantando, fecer rumore. Un rumore diverso da tutti quelli che l'orecchio distingue, corto e fioco, ma più persistente che la vibrazione d'un metallo, un rumore atono, pieno di tutti gli altri suoni che insieme producono il ronzìo della vita.
Allora nel fantoccio immobile tutto si trasformò visibilmente: il colore, la forma, il peso, l'abito, l'atmosfera che gli stava intorno: tutto.