Ora, svanito il sogno, si ritrovò solo davanti a quel morto. Non più fantasmi assedianti, non più misteriose voci nè musiche immaginarie per la gran casa muta, ma un uomo calmo e logico di fronte ad un cadavere ingombrante.
Con uno di quegli sforzi estremi della volontà, che riuscivano ad incurvare la sua forza come un duro metallo, giunse a ricacciare da sè quella torma di paurose allucinazioni, per affacciarsi con tutta la sua chiarezza mentale ad una sola necessità: quella di nascondere il delitto compiuto e dare alla morte di quell'uomo l'apparenza più naturale. Bisognava, con uno sforzo quasi eroico, annullare il proprio essere sensorio, non vivere per qualche attimo che di cervello; bisognava soffocare il rimorso, il ribrezzo, lo stordimento, la paura, distruggere in sè la memoria, il nome stesso di quel morto, per inscenare il quadro più verisimile intorno alla sua spoglia muta.
Anzi tutto rimuoverlo da quella stanza, sollevarlo su le proprie braccia, e nel buio, senza rumore, traversando il corridoio, portarlo a giacere nel suo letto. Egli vide tutto questo con precisione, come se un altro lo dovesse fare in sua vece; poi sùbito, con quella rapidità d'azione che in lui seguiva il pensiero, comandò a sè stesso: — «Ubbidisci!»
«Ubbidisci!» In tante ore della vita gli era stato necessario darsi questo comando breve. Ed era, non la sua stessa voce, ma la voce d'un tiranno interiore che glielo gridava contro i timpani, che inchiodava questa parola nella sua volontà a colpi di martello, facendolo tutto vibrare. Avesselo condotto su l'orlo d'un [pg!128] abisso e detto: «Balza!» — egli, senza retrocedere, avrebbe spiccato il salto. Avessegli detto: — «Cammina contro mille, perchè necessario è camminare!» — e contro mille, da solo, senza tremito, avrebbe camminato. Questa voce che in lui dettava era veramente il suo Dio.
Il morto era nel mezzo della camera; la sua goffa ombra invadeva il pavimento, la parete; egli stava in piedi entro quell'ombra, sapeva di esservi, ed anzi gli sembrò d'averne i piedi avvinti, sì che fece uno sforzo muscolare per divincolarsi da lei. Ma l'ombra lo teneva in sè come una preda, l'avviluppava nel suo fermo tentacolo, nel suo mantello d'immobilità.
Pensò allora che bisognava spegnere quell'ombra, anche perchè non si vedesse dal giardino la sua finestra troppo a lungo illuminata; e trattosi da lei con la fatica dell'uomo che vinca una melma tenace, andò alla finestra, onde guardare se fossevi abbastanza lume di stelle per compiere quel che doveva nel buio.
Una effusa chiarità lunare vestiva tra gli alberi una magnolia lucente, ed egli vide in capo dei possenti rami cullarsi quei suoi grandi fiori lascivi e candidi come un seno incipriato, che pareva dormissero su la pigrizia d'un'acqua sonnolenta.
Dietro i vetri chiusi, egli non sentiva il profumo della notte primaverile; ma la fragranza di quei fiori di magnolia, che dall'albero antico e brillante incensavano l'aria come fontane di soavità, gli eruppe in faccia con una larga ondata, salendogli fino al cervello, così fortemente, che il profumo della notte lo stordì. Quella fragranza, quella chiarità lunare su l'albero di magnolia, e tutta insieme quella pace azzurra trascorrente nelle vive arterie della notte, eran ancora immagini delle cose a lui vietate, eran sirene che parevano attrarlo dentro un incantesimo di pace, visioni che lo persuadevano alla dolcezza dell'oblìo.
— «Sì, puoi spegnere il lume,» — disse a lui, nell'intimo, la voce del suo vigilante complice.
[pg!129] Retrocesse dalla finestra verso la tavola, spingendosi a forza di scatti, come un animale restìo, e nel posare le dita su la chiavetta del riflettore osservò che il suo polso non era fermo.