E si aderse in tutte le sue membra, di scatto, come davanti ad una provocazione. Si sentiva nei polsi, contro le tempie, battere il sangue a fiotti; gli pareva che la camera desse un continuo traballamento.
Poi si provò a guardare un'altra volta verso quel riso che l'atterriva: e lo sostenne.
Non era più riso, ma uno spasimo che aveva in [pg!130] sè, nello stesso tempo qualcosa di selvaggio e d'inerte. Provò a ragionare per darsi animo:
— «È un morto, — si disse, — come ne ho veduti centinaia; il principio della polvere... insensibilità, silenzio, fine.»
Ma non gli pareva che fosse un morto come l'altre centinaia, che non fosse materia senza uomo, che non tacesse, che non fosse finito.
Avendo l'uso di separare il proprio cervello dagli errori della sensibilità, si mosse un'accusa ponderata, osservando: — «È l'anima tua che gli presti e sono i tuoi sensi alterati che propagano su lui una parvenza di vita. Ma questa è materia che solo pesa; è cosa morta, cioè senza possibilità, e non la devi temere.»
Per analogia gli riapparve, come in una visione distante, il cavalluccio sardegnolo morto nella sala operatoria fra i veterinari che ridevano.
— «Bada, — lo avvertì la voce — che il tempo corre.»
Infatti ebbe la sensazione immateriale di qualcosa che continuamente correndo fosse continuamente più in là del pensiero; questa cosa era il Tempo. E smarrendosi nella sua fuga immensa, piccola e vana cosa gli parve il suo delitto, che non poteva nemmeno sospendere d'un attimo quel perpetuo volare.
Gli avvenne di supporre che gli uomini, quasi per dare un senso al Tempo, avessero immaginato Dio.