Questa osservazione, sorta in una specie di pausa interiore, gli sembrò logica; ma in essa v'era quel nome di tre lettere, che lo accese di ribellione, quantunque insieme s'accorgesse ch'era semplicemente una parola.

— «Dio: la gran fiaba del mondo!... Ma tu che fai? sogni?»

Possessore di sè, cauto, vigile, s'appressò all'uscio in ascolto; girò la chiave nella serratura, lentamente, perchè non stridessero gli ingegni; aperse uno spiraglio, v'appressò l'orecchio. Il filo d'aria gli produceva sul timpano una specie di ronzìo. Non altro romore si [pg!131] udiva per la casa dormente: appena quel rombo imprecisabile che nasce dalla presenza d'esseri vivi entro i muri d'un edificio.

Uscì nel corridoio, giunse fino al pianerottolo, ed un senso di libertà quasi gioconda entrò nelle sue fredde vene, come quando si riacquista il respiro dopo un principio di soffocazione.

— «Bada... — egli suggerì a sè medesimo — le tue scarpe...»

Scricchiolavano. Un rumore minimo, che gli parve grande. Strisciò a passi lenti fino all'uscio della camera di Giorgio; l'aperse con cautela, ma interamente, per aver libero il passaggio allorchè tornerebbe con il cadavere su le braccia. S'avvicinò al letto per studiare in qual modo ve lo avrebbe disteso. Vedendo l'incavatura nei guanciali sovrapposti ed il solco profondo che la persona dell'infermo aveva lasciato nel lenzuolo, già gli pareva di recarlo su le braccia e di sentirne il rigido peso, che gli faceva scorrere dentro l'arterie pulsanti una vena di freddo sottile.

Perchè la deposizione gli riuscisse più facile, rimboccò la coltre fino a mezzo il letto, poi cautamente rifece il cammino, strisciando lungo il muro, trattenendo il respiro, vigile e pauroso come un ladro.

— «Se alcuno scendesse quand'io passerò col mio carico?...»

— «Fa presto! — gli comandò la voce. — Fa presto!»

Rientrò nella camera dov'era il morto, e s'attendeva quasi a trovarvi una trasformazione, o suppose, per mo' d'assurdo, la cosa più inverosimile: che il morto non ci fosse più. Era invece nella medesima positura, di sbieco traverso la poltrona, con il capo torto su la spalliera, le braccia pendenti, i pugni chiusi, le gambe unite per le ginocchia, simili a gambe di sciancato. Che orrore!... Come già era lontano entro la morte quel miserando corpo! Ed ora bisognava sollevarlo, avere il coraggio supremo di reggerne il peso contro il suo petto... Che orrore!