Però s'era detto e si diceva:

— «O ch'io lo porti, o ch'io muoia!»

S'inginocchiò: fece, nel sollevarlo, uno sforzo maggiore del necessario, ed il corpo scosso gli traballò contro il petto, quasi cercasse d'avvinghiarlo in un abbraccio macabro. Aveva contro la bocca una spalla del morto, ed uno di quei gomiti acuti gli premeva su le costole come per resistere alla sua stretta brutale. Sentiva su l'avambraccio il peso del capo riverso, e su lo stinco e sul polpaccio, mentre s'alzava, i colpi di quei calcagni penzolanti.

— «Lo porto! lo porto!»

Chiudeva gli occhi per terrore; li apriva per veder la strada.

— «Così lieve? No, così greve. — Perchè ragiono? — Avanti! Passeremo per l'uscio? — Sì, di sghembo. — E se cade?...»

Allora serrava le braccia. Gli sembrò che il morto lasciasse nella poltrona qualcosa di sè. Pur tenendolo forte, si volse a guardare. Duplice lo rivide: com'era innanzi e com'era, supino, sul catafalco delle sue braccia.

In quel momento s'accorse di non tremare più; fece un passo, poi un altro, poi molti, e pose un'attenzione estrema nel non urtare contro l'uscio. Diceva continuamente, a fior di labbro, quasi per aiutarsi nell'opera:

— «Sì, sì, sì...»

Sporse prima il capo del cadavere, indi passò con tutto il corpo. Nel corridoio bisognava camminar obliquamente, ma la strada era facile.