Lo fece, da un lato e dall'altro, cominciando ai piedi, per quel tratto che non doveva mostrare alcun segno di disordine; anzi lo fece con tanta cautela quanta se ne usa nel comporre sotto le coltri una persona cara, prima che le si dica: — Dormi.
A piè del letto la seggiola s'era obliquata, lo scendiletto era scomposto: raddrizzò la sedia, tese il tappeto, s'avvicinò al capo del morto, quasi volesse dirgli:
— Ho finito.
[pg!138] Notò allora sul tavolino da notte l'orologio e la catena d'oro che splendevano; avvertì l'assiduo celere battito del meccanismo, che dianzi non udiva. Nella caraffa di cristallo brillava l'acqua lucida. Vedendo l'acqua ebbe sete.
— «Addio.»
Formulò questa parola: «Addio», senza sapere come gli venisse alle labbra, senza quasi comprendere perchè la diceva. Questa parola, queste due sillabe, gli apersero nel cuore uno squarcio di dolore enorme, e gli parve di non poterlo abbandonare, perchè ora, quel morto, non lo temeva più: lo amava.
Lo amava, ed era il suo fratello antico, e si chiamava Giorgio; non era stato ucciso dalla sua mano: era morto, era lì, nel suo letto di morte.
Senza credere, senza saperne il perchè, gli pose una mano su la fredda fronte, e non con lo spirito, ma con le labbra disse:
— «Pace.»
La luna, salita al suo culmine, versava per tutta la camera un incantesimo azzurro, fasciava la coltre del morto in un velo d'irrealità.