XI
Nel breve tratto che percorse dalla camera di Giorgio a quella dove l'aveva ucciso, il suo delitto gli parve già remoto nel tempo, già retrocesso in una di quelle lontananze mentali che l'anima ismemorata varca in un baleno. Sicchè, nell'aprir l'uscio, quella poltrona rimasta nel mezzo della camera l'urtò quasi nel petto, come una realtà impreveduta, e fu sì forte il suo stupore, che da prima non osò inoltrarsi.
— «Io sono Andrea Ferento: un uomo che sa di avere ucciso, — raccontò a sè stesso. — Un uomo che dovrà vivere congiunto con la memoria di questo atto incancellabile.»
[pg!139] — «Ebbene? — si rispose; — la vita prosegue nella sua necessaria vicenda: il cadere d'una piuma d'ala non turberebbe altrimenti l'equilibrio immutevole delle cose. La terra non fa che ingoiare una bara di più. Ora la tua strada è sgombra: cammina!»
Gli avveniva molto spesso di dialogare fra sè medesimo come fra due personaggi discordi, quasi per appurare da qual parte di sè fosse la ragione.
La strada è sgombra?... Sì, gli pareva; sgombra e facile, certa e radiosa. Bastava ormai rimuovere da' suoi passi l'ostacolo più immediato: quella poltrona che propagava intorno a sè una così pesante ombra, quel mobile di legno e di cuoio che pareva contenere nelle vuote braccia l'estremo fantasma del suo delitto. Bisognava insomma, dopo tanto coraggio, non vacillare nella propria incoerenza, non attribuire a quella «cosa», nè alle altre che son prive d'anima, un significato umano.
E fattosi animo, afferrò l'inerte mobile per le due braccia vuote, lo sospinse con una specie d'iracondia nell'angolo dove abitualmente stava, robusto e quasi benevolo, in attesa di reggere una stanchezza. Poi, sentendo il bisogno d'un felice respiro, aperse intera la finestra e s'affacciò verso la notte imbrillantata, che adagiava su la terra calma i suoi fantastici padiglioni di stelle.
Tante ve n'erano e così folte, da parere uno sterminio di mondi luminosi, una polvere cosmica in ardore, una fosforescenza d'atomi dispersi dentro una sfera di cristallo. Le bianche vie planetarie, le immense fiumane del cielo straripavan di luce in praterie stupendamente azzurre, tendevan dall'uno all'altro emisfero un miracoloso arco siderale, che pareva navigar nell'infinito come una vela gonfia d'immensità.
Cos'era la fine d'un uomo in quella eterna bellezza? Cos'era più, in quel silenzio parlante, il piccolo silenzio d'una bocca suggellata? Cos'era il senso d'una parola umana dentro quella trasformazione perpetua, che andava [pg!140] dall'inconoscibile verso l'ignoto, travolgendo seco infinite agonìe, facendo scoccare innumerevoli vite nel fulgore d'un istante?
Fibrule, atomi, pulviscoli, o uomini, perchè urlate? Cosa scaglierete di voi contro questo immenso andare? O fuscelli nella bufera, o piume nel vortice, cosa importa mai all'Assoluto, che voi diciate: — Vivere... — che voi diciate: — Morire?...