Egli ebbe un atto d'amore, d'amore casto, e le posò su la fronte le labbra che l'amavano. Ma quel bacio era per rassicurarla, per proteggerla, ed egli cercava d'essere immemore, onde il suo bacio non rasentasse la colpa.
Alte, nel miracolo della notte, le stelle, così numerose che parevan nel deserto cosmico una bufera di [pg!151] polvere in combustione, infuriavano di splendore come fosforo avvampato, come resina in fiamme, come cristallo frantumatosi nella sabbia, quando vi sfólgora il sole. Ciascuna era un lampo ed era un mondo, ciascuna mesceva la sua fiamma, propagava il suo rogo nella raggiera dei mondi vicini.
La notte bruciava ne' suoi vertici, aveva, sopra il suo fosco edificio invaso d'ombre una cupola incendiata; l'eternità era espressa in luce, l'infinito aveva i suoi limiti nella magnificenza del fuoco.
Avvinti, si affacciarono verso la notte che roteava; e come se il moto dei mondi li afferrasse in un fantastico volo, tutto quanto avevano in sè di greve, d'umano, di turpe, si sciolse in una specie d'annientamento. Entrambi si sentiron così lievi, da credere che la lor materia purificata salisse come fumo, così lievi, da perdere fin la memoria di sè, ma non la memoria d'essere in quel volo congiunti e non la certezza dell'amore che li portava, come liberi spiriti, nell'apoteosi del cielo roteante.
La capacità buia delle lor anime diveniva un cerchio di stelle: nei lor sensi ricolmi d'oblìo una sorda felicità sgorgava come un canto...
Allora ella chiuse gli occhi ed incominciò a sognare. Un sogno era il suo, dove la morte già era passata oltre; la morte non era più che una parola remota, un volo d'ali nere lontananti senza rombo, nell'oblìo. Qualcosa d'indefinito, e pur di grande, le fluiva nell'anima, già troppo simile ad una paurosa felicità. Non sapeva d'essere precisamente una donna liberata, padrona di offrirsi con pienezza, con veemenza all'amore, ma le pareva che un'altra sua simile, una sua sorella interiore, avesse già cominciato a vivere in un'atmosfera inebbriante, a spaziare in una libertà senza confini, e di lei sentiva battere il cuore gaudioso nel viluppo del suo cuore atterrito. Una bocca, non la sua propria bocca, nascostamente in lei rideva, ma d'un riso involontario; questa esultanza temuta invadeva l'emisfero [pg!152] notturno, percorreva la materia come un'oscillazione lucida, fiammeggiava nell'ombra, cantava nel silenzio, volava nell'infinito, fra le stelle, come un turbinìo di polvere d'oro...
Ella era piena fino alla gola di felicità e di spavento: non sapeva quale fosse più forte, non sapeva in cosa la gioia fosse dissimile dal terrore.
E poichè nessuna commozione dello spirito può non avere le sue latenti radici nella carne che portiamo, ella si sentì colmata in ogni vena d'una felicità sensuale che l'affaticava come un godimento soverchio e le stordiva il cervello, quasi avesse da poco soggiaciuto ai più violenti baci. La stessa catena li stringeva; questa catena era fatta dal lor medesimo silenzio, era tanto più serrata quanto più s'impaurivano di doverla subire. Creature ultrasensibili, affratellate dalla diuturna colpa, egli avvertiva ogni tremito nella sua compagna, ella ogni tremito in lui.
Sapeva di far male stando così aggrappata contro la sua spalla, sentendo l'aspra muscolatura dell'òmero e del fianco virile premere contro la sua persona, entrarle quasi nella carne discinta: però da lui non si poteva staccare, quasichè il contatto le fosse indispensabile per proteggersi dalla paura. Egli a sua volta, pervaso da quella tepida morbidezza, non sapeva respingerla nè interrompere con un moto qualsiasi quella troppo soave corrispondenza, ed anzi gli pareva necessario di avvincersi a lei, di mescersi con lei totalmente, per investirla del suo delitto, imbeverla della sua colpa ed avvogerla quasi d'una inconsapevole complicità, poichè sentiva che mai, mai più potrebbe farlo, se non tosto, se non nell'ambiguo silenzio di quell'ora notturna, lì, nella camera dov'egli aveva ucciso, a pochi passi dal morto.
Questa coscienza divenne così forte in lui, che ad un certo momento premeditò d'assoggettarla ad un amplesso, perchè una comunione anche fisica fosse tra loro in quell'attimo di spasimo e di terrore, quand'egli, [pg!153] tenendola fra le braccia, palpitante, come nella stessa prigione del suo delitto, le direbbe su l'orlo della bocca, nell'umido bacio più ansante, le direbbe nel fuoco del piacere, così da insozzarla per sempre, le direbbe in guisa ch'ella dovesse o morirne o riderne, «ch'egli stesso, proprio da sè, con la sua mano, volontariamente, lo aveva ucciso...»