Il raggio di luna vestiva il cadavere dal piede alla [pg!158] fronte, poltrendo su l'ampiezza del letto come un fascio di bianca elettricità. Non solo morto pareva, ma deposto sopra un catafalco luminoso, e freddo pareva di quell'algida luce che somigliava stranamente al colore della sua carne, al gelo della sua materia spenta.
— Vedi, — egli disse, — com'è tranquillo?
Ma ella non rispose, forse non l'udì, assorta com'era nel guardarlo, con gli occhi avvinti, la respirazione ferma, il cuore sospeso.
Gli usciva dal lenzuolo una mano, e quella mano pesava nella coltre come fosse piombo.
La luce azzurra gli metteva intorno alla fronte, lungo le radici dei capelli, una specie di scintillamento; dal suo viso pareva trasudasse un umor luccicante; un fiotto di saliva faceva due piccoli grumi agli angoli della bocca; il labbro superiore avanzava su l'altro, dando alla fisionomia del morto un non so che di camuso. Qualche macchia d'un tetro color giallastro invadeva la scarnezza delle guance; gli occhi non facevan ombra; le ciglia parevano ingrommarsi. Ogni tanto avevano entrambi la sensazione ch'egli respirasse, poichè la morte non pare immobile, finchè si muove negli occhi nostri l'incredula paura con la quale noi la guardiamo.
Egli voleva parlarle, ma indarno cercava nella mente un pensiero da comunicarle; si sentiva sperduto in una specie d'annientamento cerebrale. Ebbe voglia di sedersi a piè del letto e di vegliarlo, in attesa d'un fatto imprevedibile, o forse d'un suggerimento che salirebbe a lui, nello spirito, stando presso quel morto. Allora si accorse dell'estrema fatica fisica ond'era oppresso; gli parve d'aver sonno, ma un infinito sonno ed oblioso, in quella notte così limpida.
Ella stava un passo lontano da lui, un passo lontano dal morto; si stringeva le braccia contro il petto, incrociate per i polsi, con le mani sotto la gola, il capo sovr'esse piegato, gli occhi attentissimi. Poi allungò la mano, quasi volesse toccarlo; invece lambì la coltre, lievemente, ritraendola con velocità.
[pg!159] — Giorgio... — profferì, non per chiamarlo, ma quasi per riconoscere se veramente fosse lui.
Sì, avrebbe voluto, dal suo cuore di sorella, e nonostante la presenza dell'altro, mandargli un ultimo saluto, comunicargli una dolce parola, toccarlo con una carezza lieve, posare la bocca su la sua fronte che non ricordava più... Adesso aveva rimorso, un orrendo rimorso ed una infinita voglia di piangere per lui; adesso le pareva necessario di fargli conoscere il suo dolore, e dirgli, se pur non udisse: — «Povero, povero amico mio, forse non mi perdonerai... no, certo non mi perdonerai!...»
E s'avvide che s'erano lasciati senza una parola di commiato, senza un bacio, nè una confidenza, nè un secreto, senza una di quelle parole conclusive che fanno meno buia la morte a chi vi sprofonda ed a chi guarda morire. Si ricordava di lui, ch'era buono, ch'era malato, ch'era un povero essere debole, triste, soave, che a lei voleva bene come forse nessuno al mondo, e come forse nessuno al mondo per lei, per lei sola, soffriva... Si ricordò la pazienza disperata, il disperato amore che appariva nelle sue chiare pupille quando la guardavano, e la dolcezza paurosa della sua voce quando parlava con lei, l'amore di cui l'aveva circondata quell'essere morente, la beatitudine grande che lo trasfigurava se appena, quand'eran soli, ella gli avesse detto una parola buona...