Su l'uscio batteva tagliente l'ombra d'uno stipite; null'altro che l'ombra d'uno stipite. La maniglia luccicava.

Un usignuolaccio, fuori, nella notte, nella ramaglia nera e balenante sufolava con ironia collerica, e tanto presso e tanto forte, che lo stordiva. Gli parve che stesse a cantare, lì, sul davanzale. Si volse e guardò. Ma la pietra del davanzale frammista di selce non mandava che lampi ed il vano della finestra pareva un canale azzurro sgorgante nell'immensità.

«Uuh!... Fi! Perchè canti? Vattene.»

L'usignuolaccio saltava.

Era proprio lì, nella grande magnolia; il suo pennaggio faceva rumore contro le foglie sonore.

«Vedi?»

Un filo d'aria notturna passò su di lui, percorse la lunghezza del letto, soffiò tra i capelli radi del morto, li scompose. Poco dopo una vasta nuvolaglia, correndo sopra la luna, ruppe il filo che portava quel fascio d'elettricità, e, fattasi buia la stanza, egli si sentì serrare nella caligine come fra due pareti che si chiudessero.

«Vedi?»

E la nuvolaglia se n'andava piano piano; il raggio [pg!163] tornava, più mite, poi più forte, parendo invadere la stanza e colmarla, come un fiume...

Allora si chinò su l'amante, la prese per un braccio, la scosse. Ella sbarrò gli occhi, guardò intorno, si risovvenne, lo prese ai polsi e con tutta la forza delle due mani congiunte s'aggrappò a lui per sollevarsi.