— Via... via... — balbettò quando fu ritta. E lo sospingeva indietro col peso della sua persona, chiudendo gli occhi, come se non volesse volgersi per riguardare il morto. — Via... portami via!

Egli vide lo scendiletto sconvolto e l'accomodò con la punta del piede, resistendo per un poco all'urto dell'amante; poi si lasciò respingere.

Uscirono.

Camminando senza cautela rifecero il breve cammino, tenendosi avvinti, quasi tornassero dalla consumazione d'un delitto e andassero impuni, lievi, a goderne la preda. Su l'uscio, nell'entrare in quell'altra camera, che a lor parve gioconda, involontariamente si baciarono. Ell'aveva nella gola un riso singhiozzante, negli occhi una febbre luminosa, nelle vene un battito celere che le soverchiava il cuore. A lui pareva di averla rubata quasi dalle mani d'un avversario più forte, o trascinata via da un incubo, via dal talamo di un altro che gliel'avesse rapita.

Un lungo trillo melodico empiva la notte incantata, e nel rifugio dell'alto suo ramo il cantore solitario snodava, buttava i suoi gorgheggi con impetuosa magnificenza, come, nell'aria, brillando, lancia i suoi gettiti una fontana. Di tanto in tanto qualche rana grassa metteva nelle pause del canto la sua sgangherata vociaccia, come se le vellicassero il ventre viscido per farla ridere o si fosse ubbriacata fino a creparne del buon odore che mandavano i gelsomini.

— Dammi a bere... — ella fece, comprimendosi il petto soffocato: — brucio di sete!

— Acqua? egli disse. — Non ho che acqua.

[pg!164] — Sì.

Prese la caraffa, il bicchiere, lo riempì fino all'orlo, poi, stillante, lo porse alla sua bocca. Ella ne ingoiò un sorso avidamente, facendo gorgogliare l'acqua nel deglutirla; poi guardò l'amante:

— E tu non hai sete?