— Sì; dopo.
— No, bevi, — ella fece, prendendogli la mano che teneva il bicchiere e spingendola verso la sua bocca. Egli ubbidì. Bevve con ingordigia, con ira, due volte, poi guardò il bicchiere vuoto.
— Ancora ne vuoi? — diss'ella.
— Non più. — Respirò forte, soggiunse: — Lo sai ch'eri svenuta?
Ma ella si coverse gli occhi, piegò il mento sul petto, e, come chi si ritrae da una visione paurosa:
— Non parlarne... — pregò. — Che orrore! che orrore! Ho bisogno per un momento di scordarlo... Non parlarne più!
Egli rimise a posto la caraffa, si andò a sedere sull'orlo del letto, curvo, stanco, tenendo le mani allacciate, fra le ginocchia, la fronte china.
Ella fece per la camera un lungo giro e si fermò vicino alla finestra, guardando fuori, curiosa, nella notte stellata.
Soffiava ora un poco di vento; i prati lontani mutavano colore; incominciava un dondolìo sonnolento per le alte cime degli alberi; dentro, nelle frasconaie, qua e là, un fruscìo prolungato, uno strepito scorrevole, come se vi rimbalzasse in mezzo, tra foglia e foglia, una lentissima pioggia di sabbia.
Ella vide a pochi metri dalla finestra, su l'albero gigantesco, un grande fiore di magnolia sfasciarsi repentinamente, cadere giù, lembo a lembo, ciascun petalo roteando come una spola, finchè si posava disfatto su la ghiaia luccicante. Quel fiore, lo sfacelo di quel grande fiore, l'assorbiva interamente, e, senza ben comprenderne il perchè, non poteva ritrarsi dal [pg!165] guardare l'opulento ramo, che per quella caduta seguitava a dondolarsi oscillando, e quel fiore sparso, rotto in frantumi, che giaceva sotto il vasto albero, come una bianchissima porcellana spezzata.