In quel mentre apparve Marcuccio sul limitare della sala.
— Chi arriva? Ospiti? Ma che c'è? Forse un ballo?
Nessuno gli rispose. Stefano tornò su la veranda e disse alla Berta ch'eravi rimasta:
— Va sopra in fretta e prepara una camera al secondo piano, l'ultima. — Poi disse a Tancredo: — Entri pure.
Egli avanzò con circospezione, guardandosi attorno, quasi temesse d'andar incontro ad un agguato. Vide il Ferento, Maria Dora, Marcuccio, e, non sapendo che fare, fece un inchino. Il Ferento lo squadrò da capo a piedi, con uno de' suoi sguardi rapidi che investivano come un urto; il Salvi sogguardò lui con una delle sue occhiate oblique, che accerchiavano come un laccio.
— Lei è il fratellastro di Giorgio Fiesco, non è vero? — disse il Ferento. — E desidera vederlo?
— Appunto.
— Venga: la condurrò.
Bisognava traversar la sala e Marcuccio stava su l'uscio, attento. Si trasse da parte per lasciar passare il Ferento, ma súbito si rimise traverso la soglia, in guisa da sbarrarne l'adito. Allora Tancredo, per non urtarlo, si fermò di botto, guardando in faccia quasi con timore quel lungo giovinotto sbilenco, dai capelli corti, vestito con panni che gli cascavan di dosso, il quale invece, nel fissarlo, rideva. Tancredo non poteva comprendere perchè mai quel personaggio gl'impedisse di passare. E lo scemo ad insistere:
— Chi sei? Dove vai? C'è un ballo forse?