Andrea tornò indietro, e preso lo scemo per un braccio lo costrinse a togliersi di mezzo. Poi disse:

[pg!176] — Marcuccio, sono le dieci: va a dormire.

Costui tirò fuori un grosso orologio d'argento e si mise ad ascoltarlo, poi ad osservarlo, contando le ore su le dita. Non gli tornava il conto.

— Eh!... — gridò appresso al Ferento, — non sono le dieci!... una di più! C'è un ballo forse?

Allora Tancredo, nel salir le scale, si risovvenne che Giorgio Fiesco aveva un cognato scemo.

«E adesso mi tocca pure di vedere un morto... — pensò. — Non è piacevole. Con questa fame da lupo!»

Giunti sul pianerottolo, Andrea lo avvertì:

— È già nella cassa perchè si decomponeva, ma la cassa non è chiusa e lo potrà vedere.

Tancredo avrebbe voluto rispondere a quel celebre scienziato in maniera degna della propria eloquenza, ma non trovava parole adatte, perchè l'idea di entrare così precipitosamente nella camera d'un morto gli scompigliava tutte le facoltà.

Il corridoio era buio; da una porta nel fondo si diffondeva una striscia di luce.